In Italia, quando un’area industriale cessa di esistere come sistema produttivo, sorge sempre il dilemma per chi governa del “che fare”, a prescindere dal suo “genius loci”. Se l’area è di vaste dimensioni e i suoi terreni necessitano di costose bonifiche, a causa dell’inquinamento accumulatosi nel suolo durante la sua attività produttiva, il destino è segnato. Nella maggior parte dei casi, quest’area rimarrà dismessa per molti anni, producendo ulteriore degrado ecologico e sociale nei quartieri urbani limitrofi. Nessuno si è mai posto il problema che, in un progetto di riconversione di grandi spazi produttivi che hanno svolto un ruolo strategico nel paesaggio urbano, in alcuni casi, per un lasso di tempo di tre generazioni, è assolutamente necessario conservare il genius loci, l’identità del luogo che i cittadini hanno percepito come parte della loro storia di comunità, pur trasformando anche radicalmente le sue funzioni.

Uno dei più influenti architetti olandesi, membro del celebre Team X, Herman Hertzberger, già nel 1976, aveva affermato un principio  che, in Italia, viene quasi sempre ignorato: “ la progettazione degli spazi non può far altro che  convertire ciò che è implicito”. Ciò significa che il progetto di riconversione, conservando il genius loci, attraverso il quale la popolazione urbana può riconoscere il luogo, dovrà anche essere capace di apportare trasformazioni senza alcuna limitazione e di arricchimento del paesaggio esistente.

Questo principio- guida è divenuto il fondamento di una concezione “strutturalista” dell’architettura del paesaggio contemporanea,   superando quella concezione “funzionalista” che aveva caratterizzato, in passato, larga parte del movimento “modernista”.

Il “Burger Park Hafeninsel” a Saarbrucken costituisce un esempio di questa nuova e moderna concezione progettuale, nonostante che la sua realizzazione sia avvenuta ormai da circa 30 anni.

Il Bürgerpark si trova sul sito dell’ex porto di carbone della città, che si trovava su una penisola, formata da un vecchio braccio del fiume Saar. 

Si tratta di una storica area industriale, poichè il carbone qui è stato estratto e spedito in ogni parte d’Europa fin dalla fine del 17 ° secolo. 

A metà degli anni 80, il grande architetto paesaggista  Peter Latz, è  stato incaricato dal governo del Lander, di sviluppare un progetto per l’uso futuro di questa vasta area di territorio. L’idea era quella di creare un parco che integrasse elementi moderni con la storia dell’area e che, allo stesso tempo, facesse parte del rinnovamento ecologico urbano e riunificasse gli spazi urbani separati.

 Per ancorare il cambiamento al grado di consapevolezza della gente, all’inizio dei lavori, è stato messo a punto un esperimento: insieme a studenti e residenti della zona, si è scavato tra le macerie del sito industriale, portando allo scoperto parte dei vecchi impianti costruiti con i loro muri di sostegno, i sentieri, le scale di accesso e le colline. In quest’area di 9ha, i cittadini hanno scoperto un luogo pubblico per attività ricreative e sportive che, conservando il suo genius loci, ha mantenuto la stessa riconoscibilità per gli abitanti. Oggi gli elementi più importanti di questo luogo non sono le strutture produttive, di cui rimangono solo le antiche tracce, bensì una rete straordinaria di giardini e di passaggi racchiusi tra mura e mura. Nascosti tra le macerie, i giardini sono protetti dal rumore delle autostrade che circondano quest’area, dando senso di pace e relax ai loro visitatori. La connessione tra la parte orientale e quella occidentale del parco è assicurata da una superficie d’acqua di ampie dimensioni attraversabile attraverso una passerella. 

Nella zona centrale del Parco, c’è una porta d’acqua che ricorda le rovine di un impianto industriale e che diventa un Landmark di grande attrattività per tutti i visitatori del parco.

L’obiettivo del progetto di Peter Latz è sempre stato la rivitalizzazione e il consolidamento del carattere dei luoghi, raggiungendo in questo modo il consenso vasto e partecipato di tutti gli abitanti di Saarbrucken, che frequentano il Burgerpark con lo stesso entusiasmo e soddisfazione, a trent’anni di distanza dalla sua realizzazione.

Potrebbe essere questo esempio di processo e di concezione progettuale trasferibile ad alcuni spazi industriali dismessi che attendono da anni di essere rivitalizzati senza perdere il carattere dei luoghi che hanno avuto un’importanza strategica nella storia urbanistica di tante città italiane?

Enrico Falqui