Umberto Eco parlando delle biblioteche che uno studioso tiene in casa, diceva: “Una biblioteca di casa non è solo un luogo in cui si raccolgono libri: è anche un luogo,  che li legge per conto nostro”. La biblioteca possiede, infatti, una sua “ memoria” che non trascura alcun libro ma ne cataloga l’importanza, a prescindere dal successo che quel libro riscuote o non riscuote in una determinata epoca. E’ compito dello studioso “ annusare” il suo profumo e andarlo a cercare quando è “arrivato” il suo momento. E’ accaduto così per libri come “ The Image of the City”di Kevin Lynch ( 1960) o come “ Life Between the Buidings” di Jan Gehl (1971) libri , come altri, assolutamente trascurati all’epoca della loro pubblicazione e, successivamente, dimenticati da parte della gran parte delle generazioni di studiosi e studenti, che si sono succedute nelle Facoltà di Architettura italiane fino all’inizio del XXI secolo.

Oggi, a distanza di circa mezzo secolo, si può dire che così come Lynch aveva anticipato il concetto di percezione sociale del paesaggio, così Gehl aveva anticipato la progressiva riduzione dello spazio pubblico nella città contemporanea del XXI secolo.

L’architettura e la pianificazione urbana hanno avuto e continuano ad avere un’enorme influenza sui modelli di vita. Il modo in cui edifici e infrastrutture vengono progettati si riflette sulla qualità della vita urbana e su come gli abitanti vivono la città. Insomma, pensare che il contenitore non potesse influenzare il contenuto, è stata una delle maggiori responsabilità degli architetti seguaci del Movimento Moderno, al pari dell’aver trascurato l’importanza della percezione sociale del paesaggio urbano, nel corso delle imponenti trasformazioni che hanno modificato il “DNA” delle nostre maggiori e più belle città, a partire dagli anni 60 in poi. Nel suo libro più recente (2010), “ People for Cities “, Jan Gehl chiama questo errore strutturale del Movimento Moderno “Sindrome di Brasilia”, mutuato dalla famosa capitale amministrativa del Brasile costruita dal nulla, negli anni Cinquanta, su progetto di Lucio Costa, architetto molto vicino a Le Corbusier.

Brasilia, Brasile

Questo progetto è l’esempio emblematico e disastroso, dal punto di vista della vita cittadina, di una progettazione condotta solo a scala generale, per aree funzionali ed edifici simbolici e scultorei, senza capire il senso e la scala degli spazi cittadini che si sarebbero creati, quelli in cui le persone spariscono inghiottite da spazi dimensionati in maniera del tutto sbagliata. Ma noi sappiamo bene che non è necessario andare a Brasilia per vedere questo tipo di errori, basta passeggiare in tante città italiane ed europee per capirlo.

Jan Gehl, architetto danese ottantenne, ancora vivente, è stato un anticipatore ed un visionario della “nuova città” progettata per il popolo, per i suoi bisogni, per i suoi desideri, per i suoi sogni. Nel pieno degli anni ‘60, Jan Gehl, andando assolutamente controcorrente, aveva intuito quanto fosse indispensabile ed auspicabile riportare, in maniera pragmatica ed efficace, la scala umana al centro delle problematiche urbane, del vivere sociale, dell’interagire umano con le forme costruite e con i propri simili.

A metà degli anni 70, chiunque si trovasse a passeggiare nello “ Stroget”di Copenaghen avrebbe potuto rendersi conto del rapido successo sociale e commerciale dell’operazione di “ pedonalizzazione” progettata da Gehl lungo l’asse più importante della capitale danese, costituito da un sistema di promenade lineari ciascuna di esse  con denominazioni diverse: Frederiksberggade, Nygade, Vimmelskaftet, Amagertorv, Ostergade. Già all’inizio della sua carriera accademica, Gehl si era interrogato su quello che considerava  il paradosso dei tempi moderni, ovvero quello di conoscere molte più cose degli habitat delle tigri siberiane o dei gorilla di montagna, rispetto a quanto poco si conosceva di ciò che rendeva un habitat adeguato e confortevole per la vita degli esseri umani.

Questa intuizione lo portò a concepire un approccio al progetto urbano, nel quale considerava di primaria importanza la classificazione delle attività degli individui nello spazio pubblico . Gehl le riassumeva in attività obbligate, volontarie e sociali. Le prime si esprimono attraverso il movimento e sono attività necessarie perché legate alle incombenze quotidiane, agli spostamenti per recarsi al lavoro, nei luoghi dello studio, ecc..

Le attività volontarie nello spazio aperto sono invece quelle “scelte” dalle persone, svolte con disponibilità di tempo, quando l’ambiente e il clima sono favorevoli, e si esprimono attraverso la sosta prolungata all’aperto; infine, le attività sociali sono conseguenza delle precedenti e dipendono dalla compresenza di più persone nello spazio che, incontrandosi, generano attività sociali di diversa intensità.

Lo spazio pubblico, secondo Gehl, è lo “ space between buildings”, che potrebbe avere come modello di riferimento Piazza del Campo a Siena. In realtà, oggi, ci sono sempre più “ spazi pubblici privati”, cioè spazi pubblici che sono percepiti come spazi pubblici, ma in realtà sono collocati in spazi appartenenti alla proprietà privata. Ormai le strade e la maggior parte delle piazze della metropoli, sono luoghi dominati dal flusso dei veicoli e dalla loro sosta;  le persone, soprattutto bambini ed anziani, non vi si trovano a loro agio. Gli spazi pubblici più usati, oggi in Italia, sono i malls, gli outlets, i centri commerciali che non hanno niente a che fare con la vita urbana. Invece, dice Gehl, lo spazio pubblico che funziona appartiene a tutti, senza distinzione di classi sociali o di culture di appartenenza. Ma lo spazio pubblico “ deve avere una ragione di essere”, poiché in Italia, come in altri Paesi del mondo, stanno cambiando “i luoghi delle nostre azioni quotidiane”, con una velocità rapidissima che supera qualunque previsione nel tempo di ogni piano regolatore. Fare un parco perché hai lo spazio per farlo, non vuole dire necessariamente che questo parco verrà utilizzato. L’Architettura ha il compito di capire come portare attività nello spazio pubblico; ma se l’Architettura volta le spalle al paesaggista cui spetterebbe il compito di progettare gli spazi intorno agli edifici, essa uccide lo spazio pubblico.

Ed è esattamente quello che è avvenuto nelle città italiane, a partire dagli anni 70 in poi.

Facciamo un esempio, dice Gehl: “se un architetto deve fare un edificio composto da più unità abitative lungo una strada, ha più soluzioni di accesso all’edificio. Può decidere di fare una sola entrata che serve bene tutte le unità: oppure può decidere di fare due o tre ingressi, uno ogni 25 metri e attiva la strada in modo differente. Così pure, nel disporre gli spazi esterni alle unità abitative, se progetta solo corti interne crea una chiusura verso la strada e, in questo modo, dimentica il perimetro e, quindi, la strada. Assecondando questo modo di progettare gli edifici, la strada in un quartiere, diventa un fatto negativo, dove accadono solo cose negative e dove il dominio dell’automobile è assoluto.”

Nelle città del XXI secolo lo spazio pubblico, inteso come propone Gehl, “luogo di tutti”, deve tornare ad essere uno spazio che cresce, sia per quantità spaziale, sia per qualità sociale ed estetica.

Questa è una scelta “politica” cruciale per tutti coloro che saranno chiamati a governare i nostri Municipi nei prossimi anni. Ma c’è una ragione in più.

Il cambiamento climatico sta portando a riflettere su cosa si possa fare per ridurre i tassi di inquinamento e sta aprendo la strada a una serie di riflessioni che vanno aldilà dei consumi energetici. Per anni il benessere economico ha radicalizzato una serie di abitudini profondamente sbagliate; la maggior parte della popolazione ha uno stile di vita dove l’attività fisica è scomparsa quasi del tutto. L’utilizzo sfrenato dell’automobile ha poi fatto il resto. Siamo ormai abituati a percorrere qualsiasi distanza, anche minima, servendoci dell’auto. Ecco, le città dovrebbero, secondo Gehl, invertire tutte queste tendenze e contribuire al miglioramento delle abitudini degli abitanti, prevedendo e progettando tanti percorsi pedonali e ciclabili che possano incentivare gli abitanti a lasciare a casa l’auto a favore di qualche passo a piedi o in bici. 

Inoltre, percorrendo con maggiore frequenza gli spazi urbani a piedi o in bici, stimoliamo la nostra percezione verso il paesaggio che ci circonda. La qualità della vita urbana è misurabile anche dalla quantità e dalla qualità degli spazi pubblici, luoghi che possono diventare un punto di riferimento per tutti i cittadini e diventare spazi per la condivisione.

Gehl, nel suo libro” People for Cities” porta come esempio proprio la trasformazione che ha subito Copenaghen nel 2015, grazie a un piano urbanistico, chiamato “A Metropolis for People” , incentrato sullo sviluppo di aree verdi, spazi comuni e percorsi pedonali. Nel Luglio 2016 Copenaghen ha ricevuto l’European Price for Urban Spaces (Premio Europeo per gli Spazi Pubblici) e nel novembre 2016, l’International Academy of Urbanism, prestigiosa organizzazione politicamente indipendente e non profit, le ha conferito il premio di  Città Europea 2017.

Oggi Copenaghen, con oltre 600.000 abitanti, ha oltre 10 ha di zone pedonali su una superficie totale di 88,2 kmq; durante le ore di punta, circolano in città oltre 25mila biciclette.  Firenze, con una popolazione di 382.000 persone,  ha una superficie di 4,62 ha di zone pedonali su una superficie totale di 102,4 kmq.A ogni incrocio esistono semafori dedicati ai ciclisti; le piste ciclabili sono ricoperte di un manto verde speciale; altra novità introdotta nel 2015 sono le “autostrade ciclabili”: la prima inaugurata l’anno scorso arriva ad Alberslund, un’altra trentina sono in costruzione.

Vivendo in una città come Firenze, non si può non sognare di ri-donare a questa città quella “multisensorialità” che Gehl qualifica come “la capacità che una città dovrebbe avere di mantenere il proprio fascino, la propria identità e vivibilità nel corso del tempo.”

Vale la pena ricordare, però,  che “Life between the buidings”, edito nel 1971, è stato tradotto in italiano nel 1989, mentre “People for Cities”, edito nel 2010, non è stato ancora tradotto in italiano. Nonostante ciò, le idee di questo architetto “visionario” circolano e possono diventare il “sale” di quel progetto urbano paesaggista che l’Italia attende fin dall’epoca in cui trionfava il Modernismo in Architettura e i teorici dell’espansione illimitata della città in Economia.

Articolo di Enrico Falqui