Pochi passi ci conducono all’interno di un bosco. Il confine fra questo ed il resto del paesaggio è netto, delineato da file di alberi maestosi, secolari conifere stillanti resina come rugiada fossilizzata. L’atmosfera muta da un istante al seguente.


Sezione di tronchi d’abete rosso, di Bob Verschueren, 2000

Si avverte il silenzio che prima era soltanto un’impressione vaga. Un silenzio irreale, talmente impossibile che ci costringe a tendere l’orecchio. Percepiamo allora piccoli ronzii, sommessi movimenti nel fogliame depositatosi da molti anni, qualche sasso rotolare giù dai pendii.

Chi lo ha messo in movimento e perché, è un dubbio che ci tormenterà durante tutta la nostra permanenza in questo regno vegetale. L’esistenza qui si misura a piccoli passi, a sospiri delicati, arie che si perdono negli odori forti del muschio e delle rocce imperlate di umidità. La vita è ovunque, prolifera, crea senza sosta il proprio regno.

Nicchie Ecologiche, di Giuliano Orsingher, 2000

Tutto questo termina con la modenità. Ma fingiamo di essere in un’epoca più semplice, dove le domande trovano sempre una risposta, dove l’impossibile è un limite che non coinvolge il procedere delle cose. Ogni movimento della foresta verrà imputato a creature invisibili, o troppo timide per mostrarsi all’occhio umano, già allenato a percepire sguardi maliziosi, accompagnati da risatine cristalline. Si scostano le pietre, i tronchi marcescenti, alcuni cumuli di foglie. Nulla, eppure rimane la sicurezza che prima questi esseri misteriosi erano lì, la loro presenza non può essere cancellata dalla semplice mancanza di prove.

Questo modo di pensare al bosco e alla natura è stato annullato dal progresso; eppure alcune menti particolarmente sognatrici continuano a vedere le orme bagnate su qualche roccia, interpretano un cerchio di funghi e conoscono l’utilizzo di ogni tana nel terreno e di ogni rametto stranamente spezzato.


Tutti in alto! (Frank Nordiek, Wolfgang Buntrock, 2015)

“Sembrava vi fosse dietro le pupille un enorme pozzo, pieno di secoli di ricordi e di lunghe, lente e costanti meditazioni; ma in superficie sfavillava il presente, come sole scintillante sulle foglie esterne di un immenso albero, o sulle creste delle onde di un immenso lago” [J. R. R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, Le due torri, cap. IV: Barbalbero].

Questi individui si accorgono ancora della bellezza che trasuda l’immaginazione, vedono oltre le cose e al di là degli spazi, leggono i segni della natura e li trasformano in meraviglia. Sono artisti, sono cultori di quell’antica arte di meravigliarsi di ogni paesaggio.

E questi artigiani amanti della bellezza diventano creatori di un microcosmo che si espande per i tronchi e i prati, nei letti dei torrenti asciutti e sulle pietre scavate dalla pioggia. Il bosco non è più silenzioso.

Il brusio di fondo ha finalmente un’origine, e tutti possono vederla. Strane creature passeggiano sui pini evitando di impiastricciarsi le zampette con la resina; alcuni spiriti benigni sorgono dal tappeto di aghi e curiosi osservano il visitatore.

E questo è soltanto l’inizio, poiché prendendo in prestito le parole di Calvino: “La fantasia è un posto dove ci piove dentro” [Italo Calvino, Lezioni Americane].

Articolo e scatti fotografici © Gaël Glaudel – eseguiti ad Arte Sella / The Contemporary Mountain