Estremo atto del mutamento di queste figure, il corpo si trasforma in verbo, come un atto di creazione che ripercorre i suoi passi verso l’oscurità; ecco apparire nel verde alcune semplici parole,  potenti nel loro messaggio, vivide nella loro forma materiale. “Se la forma scompare, la sua radice è eterna”. Siamo lasciati liberi di interpretare il significato di quest’idea che si materializza negli alberi che le si avvicendano.

Quando l’albero scompare, la sua radice rimane fissa nel terreno, ed essa può generare nuovamente altra vita; se svanisce la forma che comunemente imputiamo all’opera d’arte, e questa diviene parola scritta, il suo messaggio profondo, quindi la sua radice, diviene potente e porta a comprendere altri aspetti della bellezza; se viene meno il messaggio, l’idea,  cancellata e sepolta dai secoli, rimane radicato nelle nostre menti l’archetipo, il ricordo primigeno di ciò che un tempo era consuetudine.

Se la forma scompare la sua radice è eterna (Mario Merz, 1982 – 1989)

Antichi timori, forme che attraggono, ossessive nostalgie si rincorrono e non possono sfuggire dalle profondità dell’animo, manifestandosi di quando in quando, guidate dalla sapienza di coloro che come sempre permettono all’immaginazione di condurre il gioco della vita.

Casa pendente (Sacro Bosco di Bomarzo, 1547)

Altre parole inseguono quelle che abbiamo con tanta chiarezza visualizzato: – L’immaginazione attiva è la chiave di una visione più ampia, permette di mettere a fuoco la vita dai punti di vista che non sono i nostri, pensare e sentire partendo da prospettive diverse – [Alejandro Jodorowsky,  La danza della realtà].

Il nostro sguardo si fa più attento, e intorno a noi iniziamo a vedere diverse porte. Ognuna di queste conduce ad un mondo nuovo, meraviglioso, nei quali la logica può essere trovata attraverso i sogni. Lasciamo dietro di noi ogni parola, ogni motto arguto e ci addentriamo nella prima di queste porte, la più vicina.

Bosco di Bomarzo, l’orco con la bocca spalancata

Dietro questa scopriamo un luogo dove mitologici richiami sono stati pietrificati, dove ogni nostro passo è un segno in più su un sentiero alchemico, e il richiamo dell’ignoto ci avvolge mentre ci troviamo di fronte enormi animali dell’antica saggezza, dimore dove le leggi della gravità sembrano annullarsi, rovine di un tempo antico che ci permettono di soffermarci sul vero significato della spiritualità.

Ci addentriamo ancora fra leoni, giganti e draghi, e la nostra attenzione è rapita dai motti che solleticano il nostro interesse: – Tu ch’entri qua pon mente / parte a parte / et dimmi poi se tante / meraviglie / sien fatte per inganno / o pur per arte – ci domanda una sfinge maliziosa, – Animus Quiescendo Fit Prudentior Ergo (L’animo col riposo si fa più saggio) – leggiamo su una dimora sbilenca, invitandoci ad entrare, e proprio a causa della sua stranezza, a non riposare (e tanto saggi usciamo così come siamo entrati, ma con più dubbi di prima, e forse, il porsi quesiti su ciò che ci circonda, è l’autentico significato della saggezza).

Bosco di Bomarzo

E se – Lasciate ogni pensiero o voi ch’entrate – addolcisce l’ingresso nelle fauci spalancate, l’epigrafe – Che ognuno vi incontri ciò che più gli sta a cuore e che tutti vi si smarriscano – rallenta i nostri passi e ci riempie di speranza, ma allo smarrimento sostituiamo una nuova curiosità, che a malincuore ci allontana da questo scrigno di meraviglie, questa wunderkammer del paesaggio. Ripercorrendo la nostra strada, tentiamo la fortuna in una nuova porta, sporgendo il capo per scutare al di là della soglia.

Non ci addentriamo in questo nuovo mondo, ma intravediamo maestose vestigia di un passato remoto, che così remoto poi non risulta.

Colonna distrutta (Désert de Retz, 1781)

Un’enorme colonna in rovina ci accoglie, e un tempo accoglieva gli svaghi di colui che fornì l’impeto per la sua costruzione. Un decoro che si fa architettura, ibrido di equilibrio antico e bizzarria del presente.

Colonna distrutta (Désert de Retz, 1781)

Molte finestre come occhi scrutano da quella torre ornata d’acanto, e se fossiamo al suo interno riusciremmo a vedere oltre le colti arboree una tenda tartara la cui stoffa non è altro che ferro, una chiesa gotica in rovina che attende da troppo tempo la consacrazione, un tempio che non necessita invece consacrazione, ma anzi gode nell’essere libero e dedicato a forze della natura ben più vetuste.

Colonna distrutta (Désert de Retz, 1781)

Mentre ci scostiamo da questa porta, con la coda dell’occhio percepiamo il profilo di una piramide, e non possiamo fare a meno di domandarci quale faraone sia mai sepolto in quel Deserto.

Come sempre succede, tutti abbiamo una immaginazione ricca e una vita povera. Immaginare si può tutto, migliaia di mondi diversi, vivere bisogna nel cerchio più ristretto – [Sof’ja Tolstaja, I diari: 1862-1910]. Una massima di vita che il nostro viaggio oramai ha imparato a contraddire, e il luogo in cui ora ci troviamo ne conferma la non sempre accurata certezza.

Vista del giardino “Las Pozas” (Edward James, 1949 – 1984)

L’ambiente è intriso di umidità, acqua stillante in ogni luogo forma concerti di sgocciolii che si mischiano ai rauchi richiami di uccelli tropicali, al gracidio di centinaia di rane nascoste. Tutto è imperlato e la pietra stessa trasuda l’elisir vitale.

Vista del giardino “Las Pozas” (Edward James, 1949 – 1984)

Guardandoci intorno i nostri occhi si abituano poco a poco a percepire il luogo come un gioco che sembra sfidare le leggi della fisica alle quali sempre siamo stati abituati. Le strutture che si innalzano verso le chiome degli alberi sembrano anch’esse fatte di tronchi e rami, colonne in bambù che costituiscono una trama ricorrente.

Vista del giardino “Las Pozas” (Edward James, 1949 – 1984)

Muri traforati e modellati secondo raffinatissime trame, come merletti delicati; piattaforme che modificano la nostra percezione dell’orizzonte, e dove animali di varia specie soggiornano riparandosi dalla calura del sole.

In questa terra il sogno si è materializzato in un realismo magico che sovverte la gravità, portandoci su scale ignote e passaggi ornati da sculture possono provenire soltanto da una terra onirica.

Le Mani (Edward James, 1949 – 1984, progetto di Pedro Friedeberg)

Prendiamo una piccola pausa dal nostro vagabondare, riposiamo le stanche membra all’ombra di palmi giganti che ci indicano la siesta, o immersi in quell’acqua rinfrescante che ristora anche il più spossato viaggiatore.

Perché il sentiero attraverso il sogno può essere lungo e intense le emozioni provate.

E il ricordo che al risveglio porteremo con noi, pur allontanandosi a poco a poco, avrà sulla realtà la forza di un potente magnete, che vorrà riavvicinarci a quelle terre morbide.

Articolo di Gael Glaudel