In questi giorni di “quarantena” obbligata, chiuso dentro il mio antico palazzo di residenza a Firenze, cerco di viaggiare con l’immaginazione. Ho sempre conservato le 45 agende che scandiscono il percorso della mia vita di insegnante universitario. Vi sono segnati tutti i miei appuntamenti di lavoro, gli incontri con persone che hanno lasciato un segno indelebile nella mia vita, la descrizione minuziosa dei miei frequenti viaggi in moltissimi Paesi del Mondo, le esperienze di vita e di lavoro che hanno formato la mia identità culturale.

Tuttavia, essendo figlio di un’artista- pianista, che mi ha insegnato rigore e disciplina fin da quando ero piccolo, ho sempre annotato, nelle pagine di tali Agende, anche gli spunti di riflessione che illuminavano i momenti di pausa che riuscivo a imporre a me stesso, nelle frenetiche giornate di lavoro che hanno costantemente caratterizzato la mia vita passata.

L’insieme dei pannelli vegetali, Città della Scienza, Parigi, 1986

Mettere il mondo in pausa per interrogarsi su quale sia il significato di determinati incontri culturali o di certi eventi che cambiano il tuo modo di vivere e il tuo metodo di lavoro. L’abilità di meravigliarsi di fenomeni sui quali tutti noi, raramente, ci prendiamo il tempo di riflettere, era anche uno dei segreti di Leonardo Da Vinci; il quale, per sua fortuna, non aveva le mille distrazioni che subiamo oggi noi, nel mondo contemporaneo.

Fusti di Philodendron bipinnatifidum dopo quattro anni di crescita, Città della Scienza, Parigi

Sfogliando a caso una di queste agende impolverate, conservate nel vecchio baule di famiglia, che i miei genitori utilizzavano per le loro vacanze, ecco che appare una foto della chiesa di St.Sulpice a Parigi, seguita dalla scritta, in lettere maiuscole:

Museo del Quai Branly, Parigi, 2004

Espace Electra, Fondation EDF: “Exhibition Folies Végétales” – Arr.6ème. Per un attimo mi viene a mente Isabel Allende che, a proposito di una bella fotografia, dice “... una bella fotografia racconta una storia, rivela un luogo, un evento, uno stato d’animo, è più potente di pagine e pagine scritte“.

Museo del Quai Branly, Parigi, 2004

Ed è proprio così, poiché nella mia immaginazione colpita dall’immagine, rivedo immediatamente l’incontro casuale con Patrick Blanc, capelli tinti di verde erba intenso, unghie laccate nella stessa tonalità, circondato da una folla di ammiratori, dentro la caffetteria dell’Espace Electra, in quel lontano novembre 2006.

Serra del Museo Nazionale di Storia Naturale, Parigi, 2010

Leggo l’annotazione, vergata in fretta su un bordo della pagina, di una sua dichiarazione: “Io sono un naturalista che osserva la natura e riadatta alcune interazioni nei contesti diversi, non sono un artista né un architetto, credo solo di conoscere molto bene il mondo in cui opero”.

Facciata dell’Oasis D’Aboukir prima dell’intervento di Patrick Blanc, Parigi

Era questo il modo di presentarsi di Patrick Blanc, botanico francese, già allora noto in tutto il mondo per essere stato il promotore del movimento verticale del Giardino. La sua incredibile visione lo ha portato a ideare progetti architettonici creativi e affascinanti che includono vegetazione dove nessuno avrebbe mai immaginato: sulle facciate degli edifici o sulle pareti o sui pannelli verticali interni.

Schema delle piantagioni dell’Oasis d’Aboukir, Parigi

Patrick Blanc, è un personaggio straordinario, che ha ideato il suo concetto di giardino verticale come una seconda pelle dell’edificio, facendo estendere le radici delle piante solo sulla superficie della struttura verticale, lasciando intatta la parete interna.

Oasis d’Aboukir, Parigi, 2013

Piante e architettura collegate in perfetta armonia. Nonostante ciò, o forse proprio per aver raggiunto questa perfetta armonia, esso ha ricevuto pochissimi riconoscimenti dal mondo accademico nel campo dell’Architettura del Paesaggio. Quando, alcuni anni dopo, l’ho re-incontrato a Milano, in occasione di una conferenza stampa per illustrare il progetto di terrazza, estensione del Caffè Trussardi, situato al piano terra e progettato da Carlo Ratti, le sue ambizioni si erano fatte ancora più ardite. La terrazza sembrava una teca di vetro con un vero giardino pensile sospeso sul tetto.

Oasis d’Aboukir, Parigi, 2013

Tuttavia, per cogliere la “visione” di questo botanico-artista, è necessario valutare l’elenco delle specie, più di 200, utilizzate in questo progetto. Euphorbia, gerani dei prati, lavande, mini-salvie, sedum, ortensie, ginestre, campanule, fucsie, garofanini e artemisie si intersecano con Buddleje davidii e papaveri bianchi della California, che i normali giardinieri non riescono quasi mai a vedere fioriti.

Folies Végétales, Espace EDF Electra, Parigi, 2006-2007

Le esperienze di vita di questo artista-giardiniere assomigliano a quelle di un “esploratore” dell’800, dotato di una cultura enciclopedica sulle piante, che, per anni, ha girato tutto il mondo facendo parte di numerose spedizioni scientifiche, organizzate dal Centre National de la Recherche Scientifique di Parigi, soprattutto nelle foreste pluviali dei Paesi tropicali.

Ken Club, Parigi, 2005

Quando ancora era studente della Facoltà di Scienze Naturali, all’età di 19 anni, durante un suo viaggio in Thailandia, scoprì con intensa emozione, che le piante crescono in quasi tutti i luoghi immaginabili e non hanno bisogno del suolo se ottengono solo acqua e luce. Osservò piante che pendevano dalle scogliere, arrampicandosi su pareti rocciose o artigliandosi ai soffitti delle caverne.

Spirale Vegetale, Domaine de Chaumon-sur-Loire, 1994

Nel suo libro “Le Bonheur d’etre plante” ( Boringhieri, 2005), uscito un anno prima dell’esposizione parigina “Folies Végétales”, Blanc racconta di essersi sempre interessato “al tema della Competizione nella Biodiversità” e proprio per questo motivo di “opporsi all’idea di Darwin, secondo la quale, nella Natura, il più forte ha sempre maggiori probabilità di sopravvivenza”.

Rainforest Chandelier, EmQuartier, Bangkok, 2015

Tutte le sue ricerche nelle foreste pluviali di tanti Paesi tropicali, hanno dimostrato che “la terra non è altro che un supporto meccanico per le piante. Ma essa non è essenziale. Solo l’acqua e i molti minerali disciolti in essa sono essenziali per le piante, insieme alla luce e all’anidride carbonica necessari per eseguire la fotosintesi. Tutti i biologi sanno che le piante, nel loro habitat naturale, crescono bene su superfici verticali, soprattutto quando l’acqua è disponibile tutto l’anno.”

Extensions tentaculaires, Alexis Tricoire, Versailles, 2011

Il primo brevetto per un “muro vegetale”, l’artista-giardiniere francese lo ottenne nel 1988, nel corso di uno dei primi eventi-spettacolo presso il Domaine di Chaumont-sur-Loire, che, successivamente, sarebbe diventato il Festival internazionale di Giardini più famoso al mondo.

Hotel Plaza Athénée, Parigi

Patrick Blanc spiegava al pubblico intervenuto che la realizzazione di un muro vegetale di successo dipendeva da molti fattori ma, certamente, alcuni erano sempre determinanti.

Foglie rosse di Tillandsia bulbosa

Il processo tecnico per il quale gli è stato concesso un brevetto, consiste in un feltro acrilico che è fissato a un muro. Una griglia a maglie grosse è attaccata sopra di esso. I tubi di irrigazione sono integrati nel muro, emettendo acqua solo alcuni minuti di ogni giorno. Le piantine vengono quindi piantate in fessure tagliate nel feltro. Il successo della semina dipende dalla scelta delle piante, che devono essere adattate alla posizione, alla radiazione solare, alla direzione cardinale e al clima.

Biotecture, Edgware Road Tube Station Living Wall, Marylebone, Londra, 2011

Oltre alla conoscenza botanica, che ovviamente richiede un’alta specializzazione non solo per l’abilità di scegliere specie adeguate alle temperature e al luogo, vi è anche la capacità di conoscere le interazioni di queste specie vegetali tra di loro, al fine di garantire nel tempo la stabilità dell’aspetto compositivo.

Pérez Art Museum, Miami, 2013

Nel suo libro, Blanc afferma anche di “essere sensibile all’architettura delle foglie; per questo motivo, uso piante che hanno delle curve e anche piante che non hanno bisogno di potature. Per impedire alle erbacce di insinuarsi nei muri, uso una tecnica di impianto a maglie molto fitte”. Mediamente, in ambiente esterno, le piante scelte da Blanc sono di piccole dimensioni con vaso da 10/12 cm di diametro; le densità all’impianto sono sempre superiori alle 30 piante per metro quadro, come nel caso dello spettacolare muro verde del Museo delle Arti e delle Civiltà primitive in Quai Branly a Parigi.

Caffè Trussardi, Milano, 2008

Questo “muro vivente” ospita oggi circa 150.000 piante di 150 specie diverse – per lo più provenienti da Europa, Nord America, Cina, Giappone, Cile e Sud Africa – per raggiungere un elevato livello di biodiversità. Blanc ha evitato di utilizzare piante tropicali che sono inadatte per una facciata esposta a nord nel clima di Parigi.

Caffè Trussardi, Milano, 2008

In genere, nella maggior parte dei sui progetti, ormai diffusi in tutti e 5 i continenti del Pianeta, Patrick Blanc stima che un muro verde costi una cifra al di sotto dei 1.000 euro al metro quadro, a esclusione dei costi di ideazione del progetto, la cui quantificazione varia in funzione della complessità dei luoghi e dei contesti.

Hypericum terrae-firmae, Riserva Mountain Pine Ridge, Belize

In ogni sua realizzazione, il botanico francese riesce ad allestire veri e propri giardini verticali che, senza schemi ripetitivi, offrono soluzioni ricche di differenti specie botaniche che, come una tavolozza di colori, trasformano il luogo in cui sono collocati in opera d’arte. Il giardino verticale di Blanc è un rifugio per la biodiversità e la sua installazione produce un progressivo miglioramento ecologico dei micro-sistemi urbani.

Caixa Forum, Madrid, 2007

Inoltre, grazie al suo effetto di isolamento termico, il giardino verticale è un “servizio” molto efficiente nella riduzione del consumo di energia negli edifici, sia in inverno che in estate. È anche un modo efficace per pulire l’aria, poiché le radici e tutti i microrganismi ad essi correlati, agiscono come un ampio servizio di disinquinamento.

Caixa Forum, Madrid, 2007

A Milano, nella presentazione del suo progetto sulla terrazza del Caffè Trussardi, stupiva l’uditorio affermando che: “A mio avviso l’Orizzontale (tetti verdi) non ha futuro, mentre il Verticale offre enormi potenzialità: io sogno di fare muri vegetali dove la gente meno se li aspetta, come nel metrò!!” Oggi, possiamo dire che Patrick Blanc è stato un artista “precursore” di una nuova dimensione dell’Architettura del Paesaggio.

Caixa Forum, Madri, 2007

Molti anni prima dell’invenzione dell’architetto Stefano Boeri (“Bosco verticale”, Milano, 2009) e della “Plant Revolution”(Giunti, 2017) del botanico Stefano Mancuso, questo eclettico artista-giardiniere francese, che oggi insegna all’Università di Jussieu, Parigi, ha influenzato, fin dalla fine degli anni ’80, l’incontro virtuoso tra Architettura e Scienze del Paesaggio.

Combretum fruticosum, Riserva Mountain Pine Ridge, Belize

Il suo primo progetto di giardino verticale è stato completato nel 1985 alla “Cité de Sciences et de l’Industrie” di Parigi, ma la sua idea non riscosse all’epoca grande interesse nel mondo dell’architettura, ad eccezione di Herzog & de Meuron e Jean Nouvel.

Begonia blancii, densa popolazione su una singola roccia, El Nido, Palawan, Filippine

Solo a metà degli anni 90, il concetto di “verde verticale” è diventato argomento di discussione tra gli architetti e i professionisti del paesaggio; tuttavia, abbiamo dovuto attendere il 2005 perché tale invenzione artistico-paesaggistica raggiungesse, in Europa, un pubblico più ampio.

Muro vegetale e van Gogh (Campo di grano con cipressi, 1889) a confronto

Quando l’incontrai a Parigi si dichiarò un felice ed ottimista “Giardiniere metropolitano”, anche se “l’umanità vive sempre in città, in un contesto dove la Natura non ha rilevanza; per questo, gli unici spazi accessibili alla vegetazione nelle nostre città, sono le parete verticali, e se questi progetti si realizzano possono dare un comfort e un benessere migliore per le nostre città. Io ho tracciato una strada, se mi imitano è una buona cosa: la Natura non richiede copyright”.

Articolo di Enrico Falqui