Fra tutti i cinque sensi di cui l’essere umano è dotato, l’olfatto è sicuramente quello che più ha fondamentale importanza nell’esercizio della memoria. Il tatto è pressoché innocuo, mentre l’udito e la vista risultano deboli nel confronto con lo scorrere del tempo. Immagini passate ingrigiscono nella nostra mente, e le parole si contorcono e assumono nuovi significati. Il gusto è strettamente connesso all’olfatto, e proprio quest’ultimo governa facilmente il riaffiorare di ricordi perduti.

Un odore particolare può riproporci esperienze passate, viaggi vissuti, luoghi che abbiamo conosciuto e persone che hanno segnato la nostra esistenza. Al principio della vita, il neonato riconosce la madre, il nutrimento, tramite l’olfatto, così come molti animali riconoscono i piccoli attraverso il loro odore. D’altronde, citando lo scrittore e cineasta Marcel Hanoun – “Di tutti i sensi, l’odorato è quello che mi colpisce di più. Come fanno i nostri nervi a farsi sfumature, interpreti sottili e sublimi, di ciò che non si vede, non si intende, non si scrive con le parole? L’odore è come un’anima, immateriale”. 

Siamo legati agli odori del mondo, e tanto sono numerosi quelli sgradevoli, quanto quelli naturali spesso possono essere soavi e fragranti. Dal naturale all’artificiale il passo è grande, ma l’uomo si è ingegnato nel corso dei secoli per produrre a partire da elementi naturali, sostanze di delicato afrore, che ricordano la materia da cui sono estratti, ma la esaltano e la perfezionano, e a tal proposito Jean Giono scrisse: “gli Dei creano gli odori, gli uomini fabbricano i profumi. 

Il profumo nasce come contrasto agli odori mondani, come prova che l’umanità può produrre anche bellezza nebulizzata, essenze che coprano l’operato della natura sui nostri corpi. Molti furono i luoghi dove l’arte di creare profumi venne raffinata, ma una città in particolare, nella storia del mondo, ancora oggi, dopo tre secoli, può fregiarsi del titolo di Capitale Mondiale del Profumo.

La città di Grasse, nell’entroterra della Costa Azzurra, fra pinete odorose e rocce rossastre, persegue un’opera di sensibilizzazione verso l’arte profumiera, grazie al successo che nel tempo le sue produzioni hanno avuto in tutto il globo. Furono tre famiglie in origine a cominciare a studiare come produrre le essenze che poi travolsero il mercato: Gallimard, Molinard e soprattutto Fragonard. Quest’ultimo nome è ora portato dal Museo Internazionale della Profumeria (MIP), situato nella medesima cittadina di Grasse.

Qui vengono esplicate la storia, le origini e la fortuna di questo mondo odoroso. Ma la fortuna dei primi produttori e di quelli attuali si estende attraverso campi profumati e coltivazioni colorate: i campi di fiori di Grasse, oramai praticamente scomparsi.

Proprio per questo il MIP, in collaborazione con il comune di Mouans-Sartoux e la Communauté d’agglomération Pôle Azur Provence, nel 2007 creano “La Bastide du Parfumeur”, sorta di cooperativa volta a sensibilizzare il grande pubblico verso la coltivazione della piante da profumo; questa sarà l’incubatrice che nel 2010 permetterà di aprire il Giardino del MIP, un luogo che ben viene definito come il conservatorio delle piante da profumo del Museo Internazionale della Profumeria: uno spazio naturale testimone del paesaggio olfattivo legato all’agricoltura locale.

Si tratta di un luogo aperto al pubblico (solo da qualche tempo a pagamento), in cui persone di ogni età possono avvicinarsi al mondo della produzione di piante aromatiche, frutti ricchi di oli essenziali e fiori profumati. Un luogo che si distacca dal consueto paesaggio della Provenza, dove su un’estensione di quasi tre ettari, troviamo ordinate piantagioni di aromatiche colorate, punteggiate da roseti e lavande che attirano miriadi di operose api.

Sono due i sentieri che possiamo intraprendere: il primo, ad est, ci condurrà alla scoperta di un percorso olfattivo nei veri e propri “giardini del profumo”, dove scopriremo la ricchezza e la varietà delle essenze utilizzate per comporre le fragranze più conosciute e quelle che meno ci aspettiamo di trovare in una boccetta di Eau de Parfum.

Eccoci di fronte quindi a numerose varietà di salvia e di lavanda (fra le quali Salvia sclarea L. e Lavandula x intermedia), al rosmarino (Rosmarinus officinalis), al ribes (Ribes nigrum L.) e alla verbena limonina o erba luigia (Aloysia triphylla), ma anche alle meno familiari vétiver (Chrysopogon zizanioides), cisto (Cistus ladanifer), ginestra odorosa (Spartium junceum), garofano d’India (Tagetes patula) e rosa di maggio (Rosa x centifolia). Il percorso ad ovest invece ci condurrà verso spazi dove vengono coltivate specie tradizionali dei territori di Grasse e dintorni, e in cui si preserva la tradizione delle coltivazioni che vanno deteriorandosi all’esterno delle mura del giardino, agendo quindi come conservatorio di questi paesaggi ormai rari.

Ma il giardino del MIP non è solo storia del profumo e delle sue materie prime; si impone invece come un vero e proprio luogo dove scoprire la natura e approfondirne la conoscenza. Ogni anno infatti vengono aggiunte delle parti al giardino, restaurati angoli dimenticati, proposti nuovi percorsi che conducono a scoperte sempre diverse.

Incontriamo angoli ombrosi dove rilassarsi godendosi la vista di una canaletta che trasporta l’acqua in tutto il giardino attraverso pozze ricche di specie acquatiche, bacini simili a vetusti lavatoi, fontanili ricostruiti che spezzano la monotonia di un sentiero;

diversi “hotel per insetti”, dove la fauna a sei zampe locale può riposarsi e trovare rifugio fra un fiore e l’altro, soprattutto nelle stagioni più rigide; serre didattiche in cui vengono organizzati corsi e seminari per avvicinarsi al giardinaggio biologico e alla cura delle piante.

Oltre a ciò vengono organizzate mostre d’arte che propongono al visitatore un’immersione totale fra natura e cultura, spaziando da interventi di arte ambientale, fino ad ardite dimostrazioni di ciò che il contemporaneo può generare.

Immersi nel verde e – sperando – in una bella giornata di sole, intraprendiamo il percorso che ci conduce alla cima del giardino posto su un leggero declivio: sostiamo per odorare piante che riportano alla mente ricordi lontani, osservandone le screziate sfumature; adocchiamo la fuga di alcuni papaveri, che lentamente si insinuano nelle crepe di un muretto a secco, e tingono le bianche pietre grezze di un arancione splendente come fiamma.

Quando giungiamo ad una piccola radura dove venerabili cipressi dominano su questo regno dell’effluvio, il colpo d’occhio vale la pena di aver faticato per giungere sino a lì: un’estensione di linee sinuose ordina gli appezzamenti, quasi a creare una texture, che come un manto ricopre l’aspra e rugginosa terra di quell’angolo riscoperto di Provenza.

Lì lasciamo vagare la nostra mente, possibilmente di fronte ad un tramonto estivo, ed inspiriamo a pieni polmoni. Là, oltre il tramonto, il futuro. Qui, nell’attimo, un’eternità di ricordi.

Un fiore di Nigella damascena

Articolo e foto di Gael Gaudel