Se vi capita, in questi tempi difficili, di desiderare di essere in un luogo dove potervi ritemprare dall’ansia e immergervi nella meraviglia della bellezza assoluta, ecco un suggerimento per voi: pensate alla Vigna di San Martino a Napoli.

Come molte cose straordinariamente belle e preziose non è facile da trovare, anche se è lì che incombe da secoli, grandiosa e monumentale, a picco sopra al centro di Napoli con i suoi oltre 7 ettari di terrazzamenti sostenuti da possenti muraglie di tufo. Eppure bisogna proprio volerla trovare, la Vigna di San Martino, scovarne l’ingresso nascosto tra i palazzi del Corso Vittorio Emanuele e inerpicarsi sulla collina del Vomero, ripercorrendo gli antichi sentieri dei monaci certosini.

La Vigna infatti è dominata dalla Certosa di San Martino, di cui è stata parte integrante fin dalla sua fondazione nei primi decenni del Trecento, ed è proprio opera dei monaci il complesso sistema di terrazzamenti, opere di sostegno, sistemazioni idrauliche e percorsi che intessono il pendio, creando un sistema viario del tutto indipendente da quello che collega la città al Forte Sant’Elmo che, ancora più in alto, domina la collina.

Non si può non restare profondamente colpiti da un senso di incredulità mentre si sale attraverso i terrazzamenti che scoprono, uno dopo l’altro, meravigliose prospettive della città che si mostra al viandante in forme nuove ed inedite.

Surreale il passaggio, in pochi passi sull’erta assolata, dal caos e dal rumore di una affollata arteria cittadina, contornata di palazzi nel consueto mix napoletano di vecchio e nuovo, di nobile e sciatto, di significante e speculativo, ad un ambiente che si può agevolmente definire rurale, che contiene al suo interno esempi risalenti a varie epoche di architetture finalizzate al consolidamento di un terreno scosceso e difficile.

Sistemazioni, cura, coltivazioni che si susseguono nei secoli hanno posto le basi per uno straordinario esempio di agricoltura urbana che, attraverso complicate vicissitudini e provvidenziali abbandoni è giunta miracolosamente fino ai nostri giorni. Separata dalla Certosa ai primi dell’800, scampata ai rischi della selvaggia speculazione edilizia del secondo dopoguerra, nel 1988 la Vigna di San Martino viene acquistata da Giuseppe Morra, gallerista e imprenditore, appassionato d’arte e di poesia.

Da allora una paziente e caparbia opera di recupero, conservazione e restauro ha riportato alla luce questa oasi agricola unica, i suoi sentieri, le opere di contenimento e gli edifici e ha ripristinato i vigneti, gli oliveti, gli agrumeti, gli orti, le distese di fiori ed erbe spontanee e le vie d’acqua, opera che è culminata nel 2010 nell’ottenimento del vincolo monumentale.

La richiesta di un vincolo così stringente da parte di un privato è un caso più unico che raro, che ha consentito di equiparare un terreno agricolo urbano ai beni di interesse storico artistico e non solo paesaggistico, un vincolo che ne potrà garantire nel tempo l’inedificabilità assoluta e la qualità di ogni futura iniziativa.

La cura e la coltivazione di un frammento di paesaggio napoletano così unico e prezioso, insieme a una moderna cultura del territorio e ad ambiziosi programmi artistici sono ancora oggi, dopo più di trent’anni, alla base dell’impegno di Giuseppe Morra, affiancato nel suo lavoro dall’Associazione Piedi per la Terra, che si traduce in una concreta attività di azienda agricola e di istituzione culturale. La Vigna produce infatti vino Dop e olio, inoltre ospita un centro di educazione ecologica aperto alla partecipazione dei cittadini, soprattutto i più giovani, come laboratorio di agricoltura biologica e di contatto con la natura in città.

Indubbiamente un land mark, grazie alla sua posizione unica e dominante, la Vigna di San Martino è stata ritratta da numerosi artisti nel corso dei secoli e compare in tutte le immagini, mappe e vedute di Napoli, a partire dalla spettacolare Tavola Strozzi del 1472 ed è tuttora percorribile seguendo la celebre mappa di Napoli del Duca di Noja del 1775.

Un frammento di territorio, la Vigna di San Martino, dove sentirsi un po’ patrizio romano, un po’ viaggiatore settecentesco, che già allora avrebbe potuto stupirsi di questa meravigliosa anomalia urbanistica, mix di sapiente agricoltura e wilderness non nei pressi della città ma proprio nel pieno del tessuto urbano, altrettanto vissuta dal disattento motociclista che passa rumorosamente ai suoi piedi, come dal visitatore che sale misurando il passo alla pendenza del sentiero, in una sorta di pellegrinaggio o di percorso iniziatico, fino alla terrazza più alta, da dove avrà in premio alla sua fatica una vista senza pari sulla città di Napoli e il suo golfo.

Articolo di Enrica Bizzarri – Foto © Fondazione Morra