La marcia della trasformazione artistica risulta essere sempre imperterrita, e se i dipinti della stazione di Saint-Lazare del 1877 tracciarono la via per le Ninfee del 1910, quest’ultime segnarono il passaggio fra l’invenzione dell’impressionismo e le origini del cubismo e delle altre avanguardie moderne. Pensando al cubismo non possiamo non richiamare alla mente nomi come Pablo Picasso, o Georges Braque, e tutti conosciamo le loro opere. In questo caso viene completamente superato il concetto di “impressione”, non siamo più nel dominio della realtà, o meglio, siamo in una realtà deformata, smontata e ricostruita per mostrarne la completezza. Fra i principi fondanti di questa corrente possiamo ricordare appunto l’allontanamento dalla realtà e da ogni riconoscibilità, la decostruzione del soggetto – espresso da ogni angolazione possibile – attraverso un’intensa osservazione analitica, il senso di profondità spaziale minimo, i corpi ridotti a figure geometriche con i particolari ridotti al minimo. Il cubismo non tenta di ricreare una terza dimensione e riconosce la bidimensionalità della tela, consentendoci però di osservare da ogni parte il soggetto, anche dall’interno.

Questi sono i canoni che Gabriel Guevrekian scelse di adottare nella progettazione del giardino di Villa Noailles, a Hyeres, in Francia. Un lavoro del 1928, nel quale la sperimentazione di arte moderna comincia a dare i suoi frutti ad un livello estremamente importante. Infatti non soltanto vi fu l’apporto di  Guevrekian come progettista del giardino, ma l’intero sito e la villa furono pensati da numerosi artisti sperimentatori dell’epoca.

Si tratta di un giardino semplice nella sua complessità, fatto per essere osservato da più angolazioni, dove nella pavimentazione risiede il gioco compositivo che ci riporta alla mente i principi del cubismo. In esso ritroviamo quella volontà di mostrare una tridimensionalità senza però esprimerla con luci ed ombre, lasciando che la sola superficie parli per le altre dimensioni. Sebbene la radice del termine “cubismo” sia in realtà un divertente aneddoto (“Quando Braque presentò alcuni dei suoi lavori di L’Estaque al Salon d’Automne del 1908, il comitato esaminatore prima li rifiutò, poi li schernì. Matisse, uno dei giurati, disse sprezzante che “Braque aveva presentato un’opera piena di cubetti”.

Il commento era rivolto a Louis Vauxcelles, l’uomo che (con sarcasmo) aveva coniato il termine “Fauve” per descrivere i primi lavori di Matisse. E, come spesso accade in queste cose, ecco fatto, il nome era stato trovato, era nato il Cubismo”[1]) che non comporta necessariamente la presenza di “cubi”, Guevrekian scompone la pavimentazione in diversi quadrati, alcuni dei quali ricolmi di tulipani fioriti.

Il tutto posto su piani differenti, per dare la sensazione che la “tela della superficie” esca letteralmente dal “quadro del giardino”: “Guevrekian realizza un giardino triangolare, come già il Giardino d’acqua e luce dell’Esposizione, di cui sviluppa l’idea spaziale. La composizione si basa su un rigoroso controllo geometrico e su un impianto prospettico che consente visioni molto differenti con il mutare del punto di vista adottato.

Il ricorso alla forma triangolare è infatti un espediente che permette di controllare bene gli effetti di profondità e di dissimulazione della prospettiva. Anche in questo giardino il suo è frammentato in sfaccettature, tutte quadrate, poste su livelli differenti, mentre piani variamente inclinati realizzano il raccordo tra il suolo e le pareti verticali che delimitano il giardino.

Nelle intenzioni di Guevrekian i campi quadrati dovevano essere alternatamente ricolmi di tulipani dai colori vivaci. In primo piano un albero di agrumi e sullo sfondo, come traguardo, una scultura girevole di Jacques Lipchitz, Joie de Vivre, animata da congegni meccanici: il giardino è un tableau-vivant e al contempo una composizione tridimensionale di ispirazione cubista”[2] secondo la descrizione dataci da Annalisa Metta.

Ma questo giardino cubista è solo uno dei numerosi esempi di legame fra arte e giardino nei primi anni del XX secolo, dove l’arte assume perlopiù un ruolo compositivo, trasmettendo i suoi valori e le sue regole al posizionamento dei differenti elementi che compongono il giardino, ispirando sì il progettista, ma lasciandolo libero di integrare l’aspetto artistico in modo sistematico, funzionale,adattandolo alle necessità senza nulla togliere al libero sfogo di creatività.

Guevrekian diede però sfoggio di abilità in un precedente progetto, quello per il giardino d’Acqua e Luce in occasione dell’Esposizione delle Arti Decorative di Parigi nel 1925.

Si tratta di un’opera curiosa, un progetto inaccessibile, ma di grande ricerca sperimentale, descritto su una rivista dell’epoca, L’Illustration come “Quattro bacini triangolari in successione, colorati di blu o rosso, dipinti da Robert Delaunay, ricevono e si trasmettono l’acqua scaturita da una fontana in vetro in forma di calice spiraliforme; le aiuole fiorite, begonie, ageratum, sono anch’esse di forma triangolare; i terrapieni del prato sono plasmati con dolci pendenze, nette e volute; una palizzata di placche in vetro triangolari, con tonlità di rosso digradanti in rosa verso l’alto, chiude il giardino il cui gioiello è una grossa sfera poliedrica in vetro e specchi, opera del vetraio Louis Barillet, la quale rompe la luce in fuochi sparsi al centro del bacino.

Ricordiamo soprattutto qui la volontà geometrica dedotta dalla forma primitiva del giardino e la semplicità dei piani colorati dei fiori”[3].

Giardino nella denominazione, affettivamente opera d’arte tridimensionale (anche secondo le parole di Imbert: “Il giardino di Guevrekian si presenta come un ingrandimento dei suoi acquerelli: una tela cubista fuori scala nella quale la profondità di campo viene compressa frontalmente”), spazio progettato unicamente tramite i principi della pittura moderna, traspone la  volontà cubista esponendo tutte le facce su un’unica superficie, annullandone la tridimensionalità. Gli elementi naturali svaniscono, a favore dei materiali più moderni utilizzabili all’epoca, mediati dal colore, dalle trasparenze e dalle texture. Molteplici sono le opere che potremmo citare, alcuni più o meno celebri, appartenenti a differenti correnti artistiche, e andremo ora ad illustrare qualcuno di questi.

Articolo e Immagini di Gael Glaudel


[1]Will Gompertz, E questa la chiami arte? 150 anni di arte moderna in un batter d’occhio

[2]Annalisa Metta, Paesaggi d’Autore. Il Novecento in 120 progetti

[3]Jean-Pierre Le Dantec, Le sauvage et le régulier. Art des jardins et paysagisme en France au XXᴱ siècle