Ci sono momenti nella Storia nei quali sembra essere smarrita la luce della Ragione, come quelli che la Germania attraversò tra il 1918 e il 1920. Anni terribili, sanguinari che videro rivolte, ammutinamenti, la fuga dei Re  di Baviera e di Sassonia, la nascita della Repubblica, la guerra civile, la decimazione degli Spartachisti e l’uccisione di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht.

L’Arte, quando l’Umanità si risveglia dal “ sonno della ragione” e dà libero spazio alla fantasia, “genera meraviglie”, come Francis Goya  ci ha mirabilmente rappresentato in una di quella serie di ottanta incisioni denominate “Los Caprichos”(1797).

Street in Berlin, Hanna Hoch

Cosi ché, in quella Berlino martoriata e divisa, l’arte Dadaista germogliò (così come a Zurigo, dove aveva mosso i primi passi), assumendo un connotato potentemente politico. Dada nasce come una tendenza culturale che coinvolge soprattutto le arti visive, la letteratura (poesia, manifesti artistici), il teatro e la grafica,e che, in poco tempo, si sviluppa come movimento culturale che diffonde  potenti messaggi contro la guerra, attraverso un rifiuto degli standard artistici, realizzando opere culturali che erano contro l’Arte stessa.

Hanna Hoch, 1936 Angst, la Paura

L’invenzione della tecnica del “fotomontaggio”, irriverente, sarcastica, demolitrice dei simboli culturali dominanti, dilata Arte e Vita, divenendo forma di propaganda attiva totalizzante e inserita nella realtà sociale. John Heartfield, precursore del Dadaismo, e Raoul Haussman ne furono  i fondatori, a Berlino nel 1915.  

Hanna Hoch, Dadaism

Hanna Höch si accosta all’ambiente dell’avanguardia (dai futuristi ai cubisti fino agli espressionisti del Blaue Reiter) che gravita attorno alla galleria Der Sturm di Herwarth Walden, ed entra nel circuito di conoscenze da cui trarrà origine e maturazione il nucleo dadaista locale, intessendo rapporti con Johannes Baader, Mehring, Huelsenbeck, Grosz, Heartfield, e naturalmente con Hausmann.

Raoul Hausmann and Hannah Höch at the International DADA fair in Berlin in 1920

Non fu compito facile, per Hannah Hoch, fare emergere e, soprattutto, affermare la propria autonomia artistica all’interno del gruppo dadaista berlinese, nonostante che al movimento si attribuisse l’estremo radicalismo della rivolta antiborghese, incarnato nel rifiuto di qualsiasi regola codificata dal costume e dalle sue convenzioni morali.

Hannah Hoch, Cut with the Kitchen Knife Through the First Epoch of the Weimar Beer-Belly Culture – 1919

Nata nel 1889, Höch aveva studiato grafica alla Scuola di arti applicate di Charlottenburg, sviluppando competenze di grande qualità, che mise in pratica come leader del fotomontaggio nell’arte dadaista ( ovvero l’arte di collezionare immagini e pezzi di testo esistenti per creare un nuovo significato).

Hannah Hoch, Dada Rundschau, 1919

Divenuta la compagna di Haussman, nonostante lui fosse sposato e non avesse alcuna intenzione di lasciare sua moglie, Hanna voleva da lui un figlio e questo suo desiderio dette luogo ad una relazione tempestosa e violenta. Haussman rinfacciava ad Hanna il desiderio di volerlo sposare, in quanto ciò rivelava la “sua inclinazione borghese”, ma al tempo stesso inveiva contro lo spirito di indipendenza che Hanna manifestava in pubblico, dove  lei non esitava ad esprimere le proprie opinioni sull’arte, unica donna nel gruppo interamente maschile dei Dadaisti di Berlino. Finchè la posizione ipocrita ed egoista di Hausmann sull’emancipazione femminile, spinse Hanna a scrivere, nel 1920, una “breve storia caustica”, intitolata “The Painter”.

Roma-Chaos-and-Classicism,1925, Guggenheim

La lettura di questo breve  racconto, così ironico e pungente nei confronti del compagno, è quanto di più attuale si possa oggi immaginare, nonostante i cento anni trascorsi. Hanna parla del conflitto che nasce nell’artista, quando viene costretto dalla nascita di un figlio, a lavare i piatti in cucina, mentre la moglie è impegnata nell’allattamento.

Hannah Hoch 1920 Mechanischer Garten

L’orgoglio dell’artista ne viene incrinato e la tela su cui si accinge a dipingere un rapporto simbolico tra Donna e Natura, rischia di rimanere bianca. Hanna Hoch era una femminista ante-litteram, una donna radicale e scomoda per la sua epoca,  in una società dominata dagli uomini.

Hannah Hoch, Cornuto per un Museo Etnografico, 1924. Fotomontaggio, 19.6 x 15.5 cm. Berlinische Galerie, Berlin

Possedeva un temperamento dissacratorio e individualista, che le permetteva di usare un umorismo feroce, con il quale metteva alla berlina i politici del governo di Weimar, i nascenti movimenti fascisti e i dadaisti egocentrici e maschilisti, con i quali condivideva le feste dei salotti dada a Berlino e Zurigo. Ostracizzata per l’indulgenza manifestata verso quei formalismi “tradizionali”, in cui la libertà compositiva si sottraeva all’urgenza di abbandonare il lessico naturalistico,  che il movimento dadaista rifiutava, la sua presenza rischiò perfino di essere oscurata, quando in occasione della Prima Fiera Internazionale Dada, tenuta a Berlino nel 1920, i “compagni di cordata” John Heartfield e George Grosz tentarono strenuamente di escluderne le opere dalla partecipazione all’evento collettivo.

Hannah Hoch, Cornuto per un Museo Etnografico), 1924. Fotomontaggio, 19.6 x 15.5 cm. Berlinische Galerie, Berlin

Durante gli anni difficili che prepareranno l’ascesa del potere hitleriano, ma anche dopo il suo avvento, nel quale l’artista rifiuterà le pressioni degli amici emigrati che l’inviteranno ad abbandonare la Germania per scampare al progressivo restringimento delle libertà espressive, l’assemblaggio di elementi anatomici, risulterà valido obiettivo di “copertura”, per lanciare messaggi occultati alla dimensione di leggibilità immediata, ma aperti a un’interpretazione critica densa di riferimenti attuali.

Hannah Hoch, Collage II, 1925

Dopo aver lasciato Raoul nel 1921 , viaggiò in Russia ,  Francia e in Italia, arrivando a Roma a piedi, proveniendo da  Zurigo dove frequentava assiduamente il movimento dadaista , assai eclettico e numeroso. Nel 1926 conobbe la scrittrice olandese Til Brugman, della quale si innamorò e con la quale visse e lavorò a lungo.

Dopo che le sue opere vennero classificate “Arte degenerata” da parte dei capi del Terzo Reich, l’artista visse alla periferia di Berlino, a Heiligensee, in una umile casetta  con orto e giardino. Dal 1936 visse qui,  riprendendo a coltivare l’interesse per le scienze biologiche e l’Arte del Paesaggio, di cui si era appassionata durante gli studi a Berlino, quando studiava alla Kunstgewerbeschule.

Nel periodo più oscuro per la democrazia in Germania, i suoi fotomontaggi tesero al truce e i volti si deformarono in una realtà superumana.

Gli inquietanti segnali d’intolleranza razziale, l’abbattimento delle libertà espressive col disprezzo conseguente per la democrazia, l’amplificarsi delle tensioni revansciste e xenofobe, con l’ossessione per un’idea  d’espansionismo imperialista convertita in dispositivo demagogico di consenso sulle masse, e infine la deriva bellica, costituirono riferimenti  che convogliarono sull’artista un’avvertita urgenza di rinnovamento morale e l’ininterrotta volontà di difendere le conquiste storiche dei ceti popolari secondo i dettami del proprio credo politico.

Nachtgewächse, 1960

Le sue opere instillano,ancora oggi, un senso altrettanto acuto di precarietà dell’esistente, una sofferenza sottile per l’avvertita regressione dei sentimenti comuni e la perdita dei principi di solidarietà sociale.

Hannah Hoch nel suo studio

Hanna Hoch non è molto conosciuta in Italia , soprattutto non è conosciuto l’eccezionale patrimonio di opere, di idee, di sguardi sul futuro che essa ci ha lasciato. Ma nessun grande museo italiano ha organizzato una Mostra retrospettiva su Hanna Hoch,  a lei interamente dedicata, nella quale potesse emergere il suo profilo di artista, il suo pensiero e il suo impegno politico così straordinario e di avanguardia.

Per questo ho sentito la necessità di resuscitarne la sua memoria; Viviamo un’epoca piena di oscure paure e di laceranti divisioni in Europa e nel Mondo; è proprio in questi momenti della storia che Brecht  definiva “bui”, nei quali il mondo della Cultura può rendere un omaggio sincero ad una donna sensibile, che riversava nei disegni e nei dipinti tutto l’orrore, quale solo una donna può sentirlo, e l’odio per la guerra e per ciò che essa comporta di miseria, di fame, di morte e di dolore.

Articolo di Enrico Falqui