Per quattro secoli l’arte dei giardini è stata dominata in Francia dalla tendenza classica, e quindi, per circa un secolo, da quella che viene definita tendenza paesaggista e mista. Alle soglie del XX secolo, i creatori di giardini necessitavano di rivolgersi verso una nuova tendenza, un’evoluzione dapprima lieve e poi sempre più condivisa, che abbracciò numerosi movimenti artistici moderni. Verso il termine del XIX secolo, una rivoluzione scuote il mondo dell’arte, e questa si ripercuoterà sul mondo del giardino. Difficile datare l’inizio di questa nuova presa di coscienza, spesso gli storici prendono come caposaldo il 1874, anno di inaugurazione della mostra alla quale parteciparono alcuni degli artisti rifiutati dal Salon ufficiale, deputato a chi seguiva ancora i canoni accademici. Fra questi, la figura che più ci interessa è quella di Claude Monet, fra i fondatori di quel movimento che verrà poi denominato Impressionismo.

Il giardino degli Iris
Claude Monet, 1900,
Yale University Art Gallery

Al giorno d’oggi nel contesto dell’arte moderna, i critici più tradizionalisti considerano l’Impressionismo come l’ultimo movimento che produsse “arte nel vero senso della parola”, ma ovviamente per l’epoca fu un vero e proprio ribaltamento nel modo di vedere, creare, concepire un’opera d’arte pittorica. Esso si fonda principalmente sulla costante analisi della luce, sui suoi mutamenti in ogni istante della giornata (spesso gli artisti, e lo stesso Monet ripetevano più volte il medesimo soggetto ad orari differenti, per registrare le variazioni), catturando le sensazioni di un momento fuggevole, le impressioni appunto, rendendole sulla tela con pennellate incalzanti, irregolari, sommarie persino, e sovente dipingendo en plein air. Tutto ciò contravveniva con qualsiasi dettame della Scuola di Arti Classiche, ma ormai la rivoluzione aveva preso piede e nulla poteva fermarla. Nasceva l’arte moderna, alla quale possiamo all’incirca far occupare il periodo dagli anni sessanta dell’Ottocento agli anni settanta del Novecento. Il fatto che l’opera non fosse solo da ammirare, ma l’aspetto preponderante fosse quello della percezione, portò gli artisti a rivalutare il modo in cui la natura veniva osservata, e Monet fra tutti prese coscienza del legame che intercorreva fra arte e natura, o fra arte e paesaggio.

Claude Monet e la moglie Alice sul ponte giapponese nella loro tenuta a Giverny, prima della creazione del giardino

Questo suo desiderio di coglierne ogni aspetto lo portò a progettare e poi costruire a più riprese un’opera che segna l’inizio di un nuovo percorso artistico-giardinesco, ma che occorre ben definire per non incorrere in malintesi spesso infondati: i giardini di Giverny. Questi vennero creati nell’omonima cittadina della Normandia, per soddisfare i bisogni pittorici dell’artista: Monet non lascia ad Alice – sua moglie – il piacere di concepire un giardino per lo svago, sa esattamente quali fiori e quali colori vuole, subordina tutto alla sua opera. Presto vengono rimossi i grandi alberi che ombreggiano troppo la facciata. Tutto è piantato perché egli possa dipingere, trovando in questa natura che compone gli elementi necessari alle sue tele.

Planimetria dei giardini della casa di Claude e Alice Monet a Giverny

Ciò che oggi vediamo del giardino è frutto però di restauri basati sia sulle carte e sulle fotografie d’epoca sia sullo spirito di Monet, imbrigliato nelle sue numerosissime opere pittoriche, e quindi ha subito un’influenza che forse non possedeva nel passato. Possiamo parlare di giardino Impressionista, certo, ma non nella sua interezza. Il suo disegno, si configura su tre parti: una vicino alla casa con aiuole dalle forme allungate o tonde e alcuni alberi, e altre due risultanti dal tracciato del viale in posizione pressoché centrale.

Claude Monet nel viale centrale antistante la sua casa

Il lato ad est ha aiuole rettangolari che ospitano tralicci verticali per i rampicanti, mentre il lato ad ovest è organizzato con un parterre all’inglese. Monet ha voluto che il suo giardino fosse equilibrato come una tavolozza. Ha tagliato nel Clos Normand, dei rettangoli regolari, ognuno dei quali, possiede un colore. Il risultato non è mai stancante perché questa tavolozza si trasforma. Evolve certamente durante il corso dell’anno, seguendo il calendario delle fioriture, ma anche a seconda della luce del  giorno. Passeggiando per i sentieri, ognuno può abbandonarsi ad un’esperienza visiva, differente ad ogni visita: le tinte si mescolano, la prospettiva delle masse sfuma la geometria del tracciato e, a seconda dell’altezza dele piante, delle armonie di tinte impreviste si compongono e si cancellano. Certo questa descrizione non fa proprio pensare ad un giardino associabile alla corrente Impressionista, ma piuttosto ad un giardino formale, che ha ben appreso la lezione dei suoi illustri predecessori.

Dove risiede allora questo sfoggio di Impressionismo, questo culto della luce e della natura che emozionano e provocano forti sensazioni nell’animo dell’artista? La risposta sta nell’unica parte che non è composta da terra o alberi, ma da acqua: il famoso stagno delle ninfee, tanto amato dall’artista quanto dipinto e studiato nella sua pura semplicità.

Claude Monet e un visitatore sul ponte giapponese sospeso sullo stagno di ninfee

Si tratta di un bacino di forma rettangolare, dove crescono ninfee di colore bianco e rosa, iris e altre essenze acquatiche, con le sponde contornate da pioppi e salici piangenti, dove i sentieri conducono ad un piccolo ponte (anch’esso molte volte ritratto), che ricorda la tradizione giapponese che spesso Monet studiava e che influenzò profondamente i suoi lavori.

Vista del ponte giapponese sullo stagno di ninfee, 2018

È qui che troviamo la componente veramente artistica del progetto, quel legame che unisce l’utile (un luogo comodo dove dipingere in pace e lontano dal resto del mondo) e il dilettevole (ombre e luci, riflessi sull’acqua, movimenti generati dal vento o dal tremolio dei raggi solari che attraversano le chiome degli alberi).

A proposito di ciò, Georges Clemenceau, nel 1928 commentò: “Il giardino di Monet è ascrivibile alle sue opere, realizzando il fascino di un’adattamento della natura ai lavori del pittore e della luce. Un prolungamento del suo atelier all’esterno, con tavolozze di colori profusamente sparse in ogni dove per la ginnastica oculare, attraverso gli appetiti di vibrazioni che attende con gioia mai soddisfatta una retina febbricitante. Non vi è necessità di sapere come realizzò il suo giardino. Quello che è certo è che lo fece così come il suo occhio lo comandò successivamente, all’invito di ogni giornata, per la soddisfazione dei suoi appetiti cromatici”.

Sensazioni, tranquillità, riflessione, tutto si fonde in quest’atmosfera onirica che ancora una volta riporta alla mente gli ukiyo-e, immagini del mondo fluttuante della cultura nipponica. Ma come già ricordato quello che noi oggi viviamo è una rivisitazione di quel sogno, infatti il giardino che oggi vediamo è necessariamente diverso, non appartiene più ad un uomo, ma è l’immagine della sua celebrazione, la rappresentazione di un’ipotesi ovvero di “come Monet oggi avrebbe voluto il suo giardino”, che cerca di interpretare lo spirito del maestro e lo mette in scena, con lo scopo di trasportare il visitatore nell’incanto delle atmosfere degli impressionisti abbagliandolo in uno strabiliante eccesso di fioriture.

Ma proprio in questo sta la sua forza, il legame imperituro con l’arte che trascende anche il tempo e le successive trasformazioni, donandoci uno spettacolare esempio di quel legame che da lì in poi permeerà l’arte dei giardini. Un caso singolare quello di Giverny, in cui l’artista e l’uomo si sovrappongono ai dipinti e al giardino: i primi eterni e tramandabili, il secondo effimero e soggetto ai capricci del tempo. Quasi un paradigma dell’essenza stessa dell’arte di Monet, difficile da tradurre in una logica scientifica e ancora di più nella quotidianità della cura di un giardino.

Articolo di Gaël Glaudel