Sono passati cento anni da quando un giovane e sconosciuto pittore trentenne, Jacques Majorelle, attraversò il Mediterraneo, per sbarcare in Marocco, in fuga dalla guerra che dilagava in tutta Europa, alla ricerca di ispirazioni per la sua arte, inseguendo un sogno di perfezione e bellezza comune a tanti artisti europei che avevano lasciato la loro madre patria.

Fu proprio nel 1919 che il giovane Majorelle acquistò un terreno, nella parte nord-ovest della Medina di Marrakech, per farsi costruire una casa dall’architetto francese Paul Sinoir, in stile di architettura moresca/Art Deco. Per l’epoca si trattava di un’architettura all’avanguardia, ispirata allo stile di Le Corbusier, nelle forme nitidamente geometriche proprie dello stile razionalista. Majorelle, sofferente di tubercolosi, ne trasse subito giovamento per la sua salute, potendo lavorare nel meraviglioso laboratorio al piano terra inondato dal sole e dai caldi venti provenienti dall’Atlante. Successivamente vennero aggiunti i balconi e una pergola di ispirazione araba.

Intorno alla sua dimora, Jacques Majorelle, un appassionato botanico dilettante, creò un rigoglioso giardino che sarebbe diventato il suo lavoro più abbagliante. Per quasi quarant’anni, ha continuato ad arricchirlo con nuove varietà di piante provenienti da tutti e cinque i continenti, modellando una “cattedrale di forme e colori”, un “giardino impressionante”.

Un rifugio lontano dal caos cittadino, dove raccogliere pian piano varie specie di piante e far convivere natura e arte islamica (non è un caso che il parco sia cinto da mura e con l’acqua al centro, come vogliono le prescrizioni del Corano per il Giardino Islamico).

Questo giardino è un’opera d’arte vivente in movimento, composta da piante esotiche e specie rare che il pittore riportò dai suoi viaggi in giro per il mondo: cactus , yucca , ninfee ,loto , gelsomini , roseti,  bouganville , palme , cocco , banani , bambù , carrubi, agavi ,  numerose specie di aloe, cipressi e decorato con fontane, vasche, vasi in ceramica, pergole.

Tuttavia, il colpo di genio, l’elemento innovativo che donò al giardino il suo carattere di unicità, creando un filo conduttore che armonizzava la varietà di stili architettonici e di specie vegetali, fu un Colore: Majorelle fece dipingere dapprima le pareti dell’atelier e poi tutti gli edifici e gli elementi in muratura del giardino di un blu profondo; quella particolare tonalità tra il cobalto e l’oltremare che caratterizza alcune fra le opere più celebri di Matisse – come La danse – e che secondo Majorelle “ricorda l’Africa”. Un colore speciale, che da allora è identificato come “blu Majorelle”; nel blu dominante furono inserite “pennellate” di giallo intenso ( vasi di ceramica che ospitavano piante fiorite, cornici di finestre) ,accostando due colori “impossibili” per la tavolozza della natura e in netto contrasto con il verde degli alberi e degli arbusti, ma l’effetto fu straordinario.

Quando Yves Saint-Laurent e il suo compagno Pierre Bergé scoprirono questo Eden in abbandono, a seguito della morte del pittore francese avvenuta nel 1962, se ne innamorarono perdutamente e nel 1980 si trasferirono a vivere nella residenza dell’artista, dandole il nome di Villa Oasis, realizzando nel laboratorio dell’artista un Museo della cultura berbera, quel popolo che Majorelle aveva amato scoprendo i colori di quella civiltà.

Quando arrivai qui nell’ultimo viaggio fatto in Marocco nel 2010, visitai la mostra “Yves Saint Laurent e il Marocco”, rimanendo colpito dalla straordinaria comunanza di visione artistica che entrambi possedevano. Su un muro dell’esposizione ci era scritta una frase del celebre filosofo amercano Ralph Emerson :” Anche se giriamo il mondo in cerca di ciò che è Bello, o lo portiamo già in noi o non lo troveremo”. Per entrambi era divenuta la loro ragione di Vita.

Articolo di Enrico Falqui