Trovarsi di fronte ad uno scultura di Melotti già di per sè è uno straniamento non da poco. Lo spazio viene tagliato, non brutalmente, ma con precisione quasi chirurgica. La composizione, grazie al ritmo incessante delle sue parti, sembra però ondeggiare di fronte ai nostri occhi. Non per nulla “La Sequenza” si pone non come un monolito, ma come un alternarsi di piani e di animazioni leggiadre, color della ruggine, che ondeggia anche priva di brezza.

Sfida interessante per Marco Bay, paesaggista, il quale si trova di fronte un mostro sacro dell’arte internazionale, un Hangar di notevolissime dimensioni, il cielo azzurro (quando capita) del quartiere Bicocca, e uno spiazzo piano sul quale si erge “La Sequenza”.

Molte linee la scultura, così molte linee il giardino. Il verde sembra voler rivaleggiare (senza aggressività) con i piani proposti da Melotti, in un’alternativa sequenza vegetale, geometrica nella sua rigidità compositiva, ma morbida nella scelta delle specie. Si va dal bosso, opportunamente topiato e squadrato in tanti blocchetti fino alle graminacee (in particolare miscanthus, pennisetum e panicum) che effettivamente ondeggiano con gli spostamenti d’aria.

Il risultato è un quadro compositivo che incornicia la possente scultura, la esalta ma non per questo perde valore intrinseco. Il disegno è formale eppure i giochi di luce e ombre ne ingentiliscono i tratti, fino allo scherzoso distaccarsi della vegetazione dal profilo formato dai bassi muretti che fungono anche da sedute, per inoltrarsi ad invadere il camminamento come un ostacolo improvviso, una dimenticanza o una ripresa dello spazio pavimentato da parte della natura, che delicatamente accarezza l’opera d’arte, ma con forza si insinua nella durezza del concreto.

La natura e vuole quel che vuole, e così l’arte. Natura e arte come facce di una medesima moneta, l’unica forma di pagamento che la bellezza accetta. L’unico credito che ancora abbiamo nei confronti di un pianeta martoriato.

Articolo e fotografie di Gael Glaudel