Una vita ben vissuta non ha nulla a che vedere con il successo, la fama, la ricchezza. Si tratta di lasciare forse un segno nel libro d’oro della Storia? Non è la ripetizione di un atto che ne vanifica la bellezza, purché questo sia degno di essere portato avanti.

Sisifo /Sisyphus
Bob Verschueren, 2012
Foto: Gaël Glaudel

“Se vi è un destino personale, non esiste un fato superiore o, almeno, ve n’è soltanto uno, che l’uomo giudica fatale e disprezzabile. Per il resto, egli sa di essere il padrone dei propri giorni. In questo sottile momento, in cui l’uomo ritorna verso la propria vita, nuovo Sisifo che torna al suo macigno, nella graduale e lenta discesa, contempla la serie di azioni senza legame, che sono divenute il suo destino, da lui stesso creato, riunito sotto lo sguardo della memoria e presto suggellato dalla morte.

Così, persuaso dell’origine esclusivamente umana di tutto ciò che è umano, cieco che desidera vedere e che sa che la notte non ha fine, egli è sempre in cammino. Il macigno rotola ancora. Lascio Sisifo ai piedi della montagna! Si ritrova sempre il proprio fardello. Ma Sisifo insegna la fedeltà superiore, che nega gli dei e solleva i macigni. Anch’egli giudica che tutto sia bene. Questo universo, ormai senza padrone, non gli appare sterile né futile. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo.” (Albert Camus, 1942)

Sisifo che non ha mai terminato la sua condanna. La condanna che si trasforma in compito, nel suo lavoro abituale, la sua esistenza. Sisifo che non può più fare a meno di spingere quel masso, e nel vederlo rotolare scopre la bellezza della natura, la potenza delle forze che governano questo mondo. E di nuovo, su per l’impervia montagna, fino in cima, e all’ultimo nuovamente il masso si apre la strada. Ma ogni volta la prospettiva è differente, ogni volta il masso rotola su un altro versante. E la mente di Sisifo si perde, vedendo il masso che attraversa colline, poi pendii boschivi, e prendendo velocità si spinge fino al mare. Ogni volta un diverso paesaggio, ogni volta una salita differente.

“Bisogna immaginare Sisifo felice.” (Albert Camus, 1942)

E per qualche istante il masso si ferma. L’ingegno supera anche la volontà degli dei, le loro punizioni, i loro litigi ormai morti sotto la polvere dei secoli. Sisifo si riposa, ascolta i rumori della foresta, il respirare lento di quella pietra così levigata per le innumerevoli salite e le altrettante discese. Sisifo è felice. Per un breve istante è felice. E senza comprendere il senso della sua esistenza, riesce a capire che quest’ultima vale la pena di essere vissuta.

Articolo di Gaël Glaudel