E il Giardino creò l’Uomo, 2012, Ponte alle Grazie

Alcune sere fa, nelle mie ore notturne preferite, ho finito di leggere un bel libro di Marco Martella ( E il Giardino creò l’Uomo, 2012, Ponte alle Grazie) scritto in modo diretto, con uno stile ruvido ma poetico, nel quale l’Autore prende per mano il lettore e ne incanta l’immaginazione. Martella, storico specializzato appassionato, conoscitore dell’arte dei giardini inglesi, ci accompagna in un viaggio affascinante, utilizzando un artifizio letterario che ci proietta a ritroso nel tempo.

Finge di aver scoperto a Londra, durante una visita ad un “mercatino delle pulci”, un manoscritto sconosciuto, intitolato “The Lost Garden”, scritto nel 1912 da un 75enne islandese di origine bretone, Jorn de Précy, il quale, dopo lungo vagabondare, si era stabilito nell’amato giardino di Greystone, situato nell’Oxfordshire britannico.

Questo pamphlet, stampato in pochi esemplari, racchiudeva una sorta di “testamento estetico” di questo giardiniere empirico, dotato di una straordinaria sensibilità verso la Bellezza. Jorn de Précy raccoglieva in esso semi di idee dell’arte dei giardini, maturate nell’Ottocento, che sarebbero state accolte e sviluppate, nel secolo successivo, da Gertrude Jekyll, da Russel Page e da Roberto Burle Marx. Con uno stile letterario degno di un profeta che evoca una “nuova visione del mondo”, il giardiniere islandese è ossessionato dal paesaggio che lo circonda.

Città con edifici anneriti dal fumo, zone rurali sfigurate da un’agricoltura meccanizzata, abitudini sociali e culturali devastate dalla nuova moda del turismo emergente. Jorn de Précy preconizzava nello scenario europeo l’avvento dell’era dell’Antropocene che, negli Stati Uniti mezzo secolo prima, George P. Marsh aveva preannunciato nel suo libro “Man and Nature” (1864).

Dunque la profezia si stava avverando egli attori protagonisti erano gli stessi. Uomini e donne affamati di ricchezza, consumo, a rischio di dimenticare il vero significato della loro esistenza. Esseri che erano come noi che viviamo questa nostra epoca moderna. Jorn de Précy ci parla di questo sistema capitalista sempre avido di crescita, distruttivo dell’umano, costretto a sforzi infiniti per non soccombere.

Questo materialismo mai sazio, dice Précy, si contrappone al mondo naturale che, invece, è autosufficiente in tutti i meccanismi evolutivi.

Di fronte a questa “catastrofe”, più volte preconizzata dall’inizio della rivoluzione industriale, Marco Martella si spoglia per pochi attimi dei panni di Jorn de Précy, per costringere il lettore a una riflessione sul senso della vita:

Il tempo del giardino è dunque quello della vita. Non ci spinge in avanti, come il tempo meccanico che ormai governa le nostre esistenze, perché un vero luogo ci radica sempre nel tempo presente, qui e ora. Non vi sono scopi da ottenere, né obiettivi da raggiungere, perché la vita ha un solo fine: se stessa. E lo stesso la bellezza, che nasce costantemente dal processo vitale” (…).

L’Autore ci rivela che, nell’epoca moderna, il Giardino costituisce l’ultimo rifugio della spiritualità e della poesia; l’ultima frontiera al di qua della barbarie e dell’alienazione; forse, l’ultima Utopia, ma un’Utopia pratica e tangibile.

Del resto, in ogni epoca, il Giardino deriva il suo fascino dalla gioia che ispira, dall’abbondanza di vita che racchiude, dalla bellezza benefica che lo pervade, da qualcosa insomma di spirituale e libero al tempo stesso.

Indossati nuovamente gli abiti del vecchio giardiniere islandese, egli ci ricorda l’epoca della sua infanzia, tra le nuvole dell’Atlantico, lontano dall’Europa civilizzata. Ci racconta che conserva ancora il ricordo di vecchi che gli insegnavano a riconoscere in ogni roccia uno “spirito”, nel lichene la traccia di un linguaggio superiore, in ogni vulcano la dimora di una divinità. Tanta ingenuità permetteva loro di sentirsi parte di un universo stabile, bello, rassicurante. Di restare un poco bambini.

“Ritrovare questa vita, la vera vita e questo tempo della natura che è anche il nostro vero tempo, il tempo che conosce il nostro corpo animale: ecco cosa ci spinge ad aprire il cancello di un giardino e a entrarvi, ogni volta come se ci accingessimo a entrare in un mondo a parte sepolto dentro di noi. Questo è il dono del giardino.” (…)

Si accende una luce nella mia immaginazione; io ho passato anni della mia vita ad occuparmi di urbanizzazione selvaggia del territorio e devastazione del Paesaggio.

Ho passato anni della mia vita a cercare di convincere il mondo della politica, a qualunque tribù essi appartenessero, e il mondo degli imprenditori, piccoli, medi o grandi che fossero, che si può fare sviluppo senza produrre “rovine” urbane. Che si può fare profitto, senza distruggere in modo irreversibile le risorse naturali da cui dipende la vita del nostro pianeta.

L’Italia è un Paese incredibilmente arretrato, e in un Occidente che comunque per la tutela dell’ambiente fa molto poco, dopo aver vagabondato in ogni angolo d’Italia, come Jorn de Précy, sono arrivato alla conclusione che noi siamo i peggiori di tutti.

Quando questa convinzione riguarda un numero sempre più vasto di persone ed essa diventa, per ciascuno di noi, una spinta ossessiva e passionale ad agire quotidianamente per la cura della nostra Terra e per la ricerca della Bellezza, solo allora possiamo comprendere e condividere il messaggio simbolico e filosofico che Marco Martella vuole comunicare ai suoi lettori. Egli ci spiega, nonostante le “rovine” che ci circondano, quali possano essere le motivazioni che ci spingono ad essere giardinieri e a cercare la Bellezza come risposta alla inciviltà, avvicinandoci sentimentalmente e poeticamente a comprendere la natura dei Giardini.

“Ora, respirando tutta la bellezza del luogo, tuffandomi nel suo mistero, comprendo questa sensazione. Qui si vede che il mondo dorme. E forse questo giardino è il suo sogno.” (…)

Ma è solo da questa sensibilità nuova per il territorio che ci ospita – e che va curata, approfondita, stimolata – che si può pensare di ripartire. 

Il messaggio riguarda tutti noi, anche me, vecchio paesaggista eretico. Nella primavera che seguì alla caduta del muro di Berlino, fui accompagnato da un amico fotografo inglese a visitare la tenuta di Heligan ( The Lost Gardens) nella meravigliosa Cornovaglia, terra di Re Artù e di altre leggende. Quattrocento ettari in stato di totale abbandono, appartenuti all’antica nobile famiglia dei Tremayne, dagli inizi del XVII secolo, che furono trasformati in meravigliosi giardini, agli inizi del XVIII secolo, una vera rappresentazione dell’Eden della Natura.

Abbandonati allo scoppio della Prima guerra mondiale, ridotti in stato di totale degrado, fino al 1990, agli inizi del XXI secolo risplendono, oggi, di una straordinaria bellezza, dimostrando che l’Utopia di Précy può realizzarsi. Se gli Uomini cominceranno a considerarsi prima di tutto “giardinieri”, vedremo una umanità finalmente pacificata, intenta a prendersi cura della vita in questo grande spazio chiamato Terra.

Può essere questo il fine nobile della nostra esistenza, la nostra utopia concreta per il XXI secolo, alla quale dedicare ogni nostra energia.

Recensione di Enrico Falqui