Massimo Venturi Ferriolo (2019), Einaudi,Torino

Questo nuovo libro di Massimo Venturi Ferriolo, acuto e stimato filosofo milanese, coglie lo spirito dei tempi e la drammatica condizione in cui versa il Pianeta, a causa dei cambiamenti climatici che mettono in discussione la sopravvivenza dell’uomo sulla Terra. L’Autore conduce il lettore ad indagare la” metafora del giardino”, dove si nasconde un dualismo fatto di bene e male, di gioia e peccato. Venturi Ferriolo ci coinvolge in una lettura che appassiona e che regala il piacere di saperne di più perché la “metafora del Giardino” non è altro che la simbiosi fra l’Uomo e la Natura, tra la materia e lo spirito.

L’Uomo, da sempre, ha visto nel giardino un rifugio dove trovare tranquillità. Tuttavia, con il tempo, esso è divenuto simbolo di altri valori, ad esempio artistici, architettonici, ma ha acquisito anche significati sociali legati alla rappresentazione del potere. Nel Giardino si rappresenta un’idea del rapporto che deve sussistere, nello spazio abitato, tra ordine dell’artificio geometrico dell’architettura e ordine del Cosmo naturale.

L’Autore, preoccupandosi di ricordarci che: “ ogni giardino riflette le tematiche estetiche, filosofiche e culturali dell’epoca”, ci invita ad un viaggio di tipo “metafisico”, denso di significati simbolici ed etici, volto a comprendere, per quanto possibile, che cosa il giardino rappresenti simbolicamente, al di là dei mutamenti esteriori dovuti ai diversi contesti culturali e alle diverse epoche.

Così come il grande paesaggista Pietro Porcinai e il teologo Attilio Mordini scrissero in un bel saggio del 1966, (“Giardini d’Occidente ed Oriente”), il Giardino diventa  un simbolo fondamentale della civiltà, che rinvia al mito del Paradiso primordiale: laddove la parola «mito» non patisce alcun complesso di inferiorità rispetto al cosiddetto sapere scientifico, “anche perché la scienza degli antichi era, comunque, una scienza sacra.” Un concetto, questo della scienza sacra, che è andato completamente perduto con l’avvento della modernità, ma senza il quale non si può capire quale fosse la percezione dell’Universo da parte dell’uomo antico: ossia quella di un cosmo vivo e pulsante, che si manifesta, dice Mordini come “ vera e propria rivelazione del sacro e del luminoso  nel mezzo del mondo profano.”

Ecco, dunque, da dove deriva quel senso di pace sublime, di perfetta armonia e assoluta limpidezza che ci pervade, mentre percorriamo i viali ombrosi di un bel giardino, in cui arte e natura si fondono e si confondono per creare una sintesi di quella pace primordiale, dalla quale l’essere umano proviene e alla quale aspira a ritornare, “ dove l’Uomo si ricongiunge alla sua Madre Terra.”

Alle origini delle nostre antiche civiltà, il Giardino è quello spazio naturale chiuso, conosciuto, controllato, in cui il pericolo, la minaccia, sono stati ridotti al minimo.

Il giardino dell’Eden

Il significato della parola giardino  può essere ricondotto all’ebraico “gan”, che significava proteggere e difendere e “oden” o “eden”, che significa piacere e delizia.  La natura, nella concezione dell’ “hortus”, dà i suoi frutti grazie al lavoro, allo studio, alla programmazione di un piano che cerca di sottrarre il meccanismo di garanzia di sopravvivenza alle casualità naturali: è l’impulso al controllo e all’organizzazione, la spinta alla fuoriuscita dalla natura come instabilità e ostilità, è il mantenimento e lo sviluppo all’ennesima potenza della natura come vita e, esteticamente, come bellezza e grazia.

Notre Dame d’Orsan, Hortus conclusus

Nelle civiltà che hanno forgiato le nozioni scientifiche di Natura e Cultura, il Giardino rappresenta un’idea del rapporto che deve sussistere, nello spazio abitato, tra ordine dell’artificio geometrico dell’architettura e ordine del Cosmo naturale. Il prevalere dell’uno o dell’altro dei due ordini rende manifesta la nostra idea del rapporto Uomo-Natura. Così, se si tende a vedere la Natura come il modello della perfezione che l’Uomo può solo tentare di imitare, prevarrà la propensione verso il giardino naturalistico; se, viceversa, la Natura viene concepita come materia da plasmare secondo un disegno razionale, senza il quale tra l’altro non si darebbe arte, allora tenderà a prevalere il giardino geometrico.

Il giardino rinascimentale italiano

“Nel percorso post-cartesiano del desiderio sconfinato di ricongiungersi alla Natura”, il Giardino si anima di luoghi d’incontro tra Uomo e Natura, tra desiderio e realtà. I Giardini Romantici sono luoghi modellati in concorrenza e in gemellaggio con la natura e diventano, di conseguenza, lo specchio della storia, della cultura e della società. Romantico si associa con ‘magico, suggestivo, nostalgico’, romantico… è l’occhio dello spirito di una realtà senza limiti, diversa da quella visibile.

Il giardino romantico, Villa Pisani, Stra (Venezia)

Il Giardino, in questo storico divenire, si fa Mondo e il Giardiniere diventa un poeta cui è affidato il compito di “aver cura” del mantenimento dell’armonia del sistema facendosi carico delle singole piante e del loro sviluppo.

Questo Mondo rompe ogni soglia e confine con lo spazio rurale esterno ed il passaggio al Giardino paesaggistico ( o all’inglese) afferma una nuova visione della Natura in cui è il paesaggio esterno al giardino recintato a diventare parte fondamentale del giardino stesso: spettacolo che la natura circostante offre e di cui il giardino diventa il luogo privilegiato di fruizione estetica. L’infinito dentro il giardino, ma anche lo sconfinamento del giardino come diffusore di una matrice d’ordine, che sappia unire l’utile della produzione agricola con l’esteticità del giardino.

Il giardino all’Inglese

Ecco, “la storia dell’Umanità ci dimostra che il Giardino è stato la riproposizione di un archetipo ideale da trasformare in realtà”, ci avverte Venturi Ferriolo, dove desiderio e immaginazione ci hanno fatto sognare “un buon luogo”dove vivere oltre la storica contrapposizione tra Uomo e Natura. La metafora del Giardino ha in sé la spinta etica ad un cambio di paradigma che consiste soprattutto in una trasformazione interiore, in una presa di coscienza di questo sentimento della “connessione del tutto”. Dice, a questo riguardo l’Autore, “un nuovo paradigma olistico include un’umanità intrinsecamente legata al tutto nell’immagine organica della Natura sostitutiva di quella meccanicistica.”

Insomma non si può dare corpo al destino dell’Occidente, se non si torna “nietzschianamente” “fedeli alla Terra” e si compie la corretta attuazione della volontà di potenza nella messa in “forma” della tecnica quale disvelamento dell’Essere. 

In queste pagine del libro risiede la vera forza del messaggio di Venturi Ferriolo, che trascende il suo linguaggio filosofico e ci indica una “traiettoria” per il futuro, “ una dimensione eco-estetica dove la Bellezza si colloca al centro del Mondo per salvarlo. L’Autore ci indica anche un metodo propedeutico al cambio di paradigma, invitandoci a “non ragionare in termini di opposizioni e classificazioni, bensì di relazioni tra gli elementi da riconoscere della vita,… che è il tutto esistente dei vari organismi e non di uno solo, una costellazione di elementi componenti di un mondo unitario in costante movimento.”

Un bel libro,ricco di spunti di ricerca, che dimostra come il Paesaggio richieda il confronto e l’interpretazione congiunta da parte di vari punti di osservazione disciplinare, con l’intento di lavorare “insieme”, per trasformare il Mondo in un Giardino.

Recensione di Enrico Falqui