I prati collettivi nel paesaggio della città

A cura di Franco Panzini,
Antiga Ed. 2018, Treviso

Da tempo, Franco Panzini propone al pubblico, grazie anche alle esperienze affascinanti dei suoi viaggi, riflessioni sui caratteri peculiari della cultura dei giardini, monitorando, con dotta capacità, le rappresentazioni progettuali più significative, nel periodo storico che va dal 1500 ad oggi.

Le ricognizioni storiche che Panzini compie sull’evoluzione e il significato dei giardini nelle varie epoche, accendono sempre una vivace riflessione teorica su campi poco esplorati dell’arte dei Giardini e dell’Architettura del paesaggio contemporanea.

Lo stesso accade in questo libro, frutto di una meditata e colta preparazione dei temi proposti, da parte della Fondazione Benetton e del suo autorevole Direttore, Luigi Latini, nel corso di un Convegno svoltosi a Treviso nel febbraio 2017, con la partecipazione di designers del paesaggio, storici del paesaggio, architetti, filosofi e forestali di chiara fama nazionale e internazionale.

Paseo del Prado, Madrid

Panzini “accende” la discussione ricercando una definizione illuminante e condivisa  per i “ prati mediterranei ”nello spazio urbano; il suo excursus parte dal momento storico in cui comincia a manifestarsi, in Europa,  l’idea del “giardino pubblico” in città, tra il ‘600 e il ‘700.

L’autore ci fornisce questa definizione di prati urbani: “… essi sono degli spazi aperti di vasta estensione collocati in prossimità del perimetro dell’ambiente urbano, ovvero all’esterno o immediatamente all’interno delle mura, in prossimità delle porte medioevali della città. Sono luoghi collocati in prossimità di strade importanti, o di fiumi o canali (strade d’acqua). Non hanno alberature regolari, non hanno percorsi definiti che li attraversano; sono dei “prati rustici”, non sempre verdeggianti… Sono luoghi pubblici che appartengono alla collettività ed hanno dimensioni diverse a seconda dei vari Paesi”.

Nell’incessante dinamica del loro sfrangiarsi e ricomporsi, questi luoghi risultano perciò vaghi vuoti disponibili, in aspettativa di idee, scenari di opportunità, suscettibili di inediti riadattamenti: Il Museumplein di Amsterdam, la Pelouse de Reuilly a Parigi, il common Lincoln’s Field a Londra, il Prado a Madrid, il Prato di Ognissanti a Firenze, il Prato della Valle a Padova, il Prato di S. Alessandro a Begamo.

Museumplein, Amsterdam

La descrizione accurata di questi luoghi pubblici, la spiegazione del ruolo che essi hanno svolto e delle cause che hanno portato al loro abbandono e alla loro scomparsa, permettono a Panzini di creare il collegamento necessario per approfondire il concetto di Paesaggio come “Bene Comune”.

Su questo tema, il filosofo francese Jean Marc Besse mette in guardia, in un suo capitolo, da superficiali riflessioni; Besse sostiene che “ l’esperienza del paesaggio supera quella della territorialità”, poiché nella dimensione di “Bene Comune”possono coesistere tre prospettive: quella del paesaggio come Bene o risorsa comune, quella del luogo di istituzione di ciò che è comune, e quella di un mondo comune, in cui viviamo noi essere umani, accanto ai quali esiste un mondo non totalmente “umano”, che però suscita emozioni. E’ proprio questa terza prospettiva, che ci fa capire che il Paesaggio inteso come Bene Comune, necessita di una distinzione netta con il concetto classico di Territorio, poiché il Paesaggio è al tempo stesso relazione tra gli esseri umani e relazioni tra gli esseri umani e il mondo.

Prato della Valle, Padova

Come nel film di Vittorio De Seta del 1973, “Maestro del cinema”, in cui ogni attore, luogo di ripresa, dialoghi, sono tutti in relazione tra loro e in relazione al mondo reale che sta fuori dalla sala di proiezione, il libro di Panzini sviluppa la sua narrazione introducendo un altro tema che si intreccia con relazioni dirette e indirette ai temi precedentemente narrati.

Quale è il significato dei “commons” nel sistema odierno degli spazi pubblici della città contemporanea e quale ruolo riveste l’architettura del paesaggio nella creazione di questi spazi pubblici?

Udo Weilacher e Lars Hopstock, due autorevoli paesaggisti dell’Università di Monaco, provano a darci una risposta, invitando a superare il funzionalismo di epoca modernista, attraverso una concezione strutturalista del progetto, che permetta al paesaggio di “cambiare volto senza perdere la faccia”. Sulle tracce della critica che Richard Sennett rivolge alla città contemporanea, Weilacher e Hopstock sostengono che anziché trasformare le città in sistemi chiusi, dovremmo progettare luoghi pubblici attraverso “strutture di spazi permeabili”, che generano a loro volta spazi polivalenti. Dunque, il ruolo dell’architettura del paesaggio nelle città del XXI secolo è proprio quello che di svolgere un ruolo guida nel progettare la città come “sistema aperto”, trasformando gli spazi aperti o abbandonati, attraverso un progetto che consolidi il carattere dei luoghi e la loro rivitalizzazione in spazi attrattivi, senza ricercare ad ogni costo una forma predeterminata e avulsa dal loro contesto.

Lincoln’s Inn Fields

Coerentemente con questa visione della città, la narrazione prosegue con Norbert Kühn, che prospetta per le città l’interazione “intenzionale” dell’uomo con la vegetazione “spontanea”, mentre in dialogo su questo tema con José Tito Rojo, Elisa Tomat, antesignana di una filologica ricomposizione del miscuglio dei prati di erba e fiori selvatici, suggerisce nuovi modelli compositivi paesaggistici ispirandosi all’ecosistema naturale di piante per lo più perenni, associate in ricche comunità.

Accompagnato da splendide foto e rappresentazioni grafiche a colori, che mostrano l’excursus storico dei prati urbani nelle varie città europee, il libro si conclude con una ricca e approfondita bibliografia, che fornisce spunti per ulteriori ricerche e approfondimenti. Insomma, un gran bel libro che fa onore all’Autore e alla Fondazione Benetton, promotrice dell’evento che lo ha generato.

Recensione a cura di Enrico Falqui