Accostandoci ad un progetto di spazio pubblico contemporaneo come quello del Sanlitun SOHO di Pechino, non possiamo fare a meno di riflettere sulle connessioni fra il giardino cinese tradizionale e il suo sviluppo moderno. Questa riflessione sorge spontanea visitando questo progetto, all’interno di uno dei quartieri più moderni della capitale cinese. Un SOHO è essenzialmente un complesso multifunzionale urbano in cui agglomerati di attività commerciali, ristorazione e servizi trovano disposizione all’interno di edifici all’apice della modernità, interconnessi da spazi aperti, corti e aree verdi.

Esistono diversi di questi SOHO, e in particolare quello del quartiere Sanlitun – progettato dallo studio Kengo Kuma & Associates – è celebre per la vertiginosità delle sue ipertecnologiche torri, e per la vivace vita notturna, che attira giovani da ogni parte della città, creando quindi un flusso continuo di visitatori che si muovono negli spazi di connessione fra un edifico e l’altro.

Sono presenti nove torri di altezze differenti, con facciate curve continue realizzate in alluminio e vetro diversamente colorate, le quali si affacciano su un’ampia corte. Ma al di là della maestosità degli edifici, la cura estrema dello spazio di circolazione richiama la raffinatezza del classico giardino cinese, e gli echi di quell’antichità si ritrovano in ogni elemento che compone la piazza interna.

Ci accostiamo al progetto procedendo dal suo ingresso principale, accedendo da una scalinata che ci immette al piano inferiore del piazzale centrale che collega i diversi edifici. Siamo di fronte a grattacieli di dimensioni colossali, eppure ci soffermiamo ad osservare la delicatezza di un semplice dettaglio nella scalinata.

Apparentemente dal nulla, un piccolo ruscello si fa largo nella durezza del concreto, come se il letto di un torrente di montagna avesse lentamente scavato il cemento fino a ricavarne un netto confine fra l’acqua e la squadratura dei gradini. In questo modesto corso d’acqua sono posati dei ciottoli, che anch’essi contribuiscono a portare un senso di morbidezza alla spigolosità dell’insieme.

Mano a mano che procediamo nel percorrerlo, il corso d’acqua da modesto rigagnolo diventa più largo, e non consente l’attraversamento, dividendo lo spazio con delicatezza – data l’esigua profondità dell’acqua – ma con potenza, separando due sponde la cui regolare superficie pavimentata gioca ambiguamente con le curve del piccolo rivo.

Già basterebbe questo piccolo accenno del luogo a far volare la mente verso i non lontani giardini dell’Imperatore, che siano quelli del Sud o le loro più recenti imitazioni nella capitale, ad opera di un Sovrano nostalgico che sognava i verdi sentieri della sua infanzia. Lo stesso ruscello possiamo trovre nel giardino dell’Umile Amministratore, o in quelli che danno vita al sistema di giardini della Città Proibita.

Corsi d’acqua sinuosi, che conducono il visitatore attraverso lo spazio, lo invitano a procedere ma allo stesso tempo non gli permettono di essere oltrepassati, se non con lo sguardo. E con lo sguardo anche noi osserviamo la – tuttavia – vicina sponda opposta, e ci immergiamo in una serie di luci abbaglianti, colorate e lampeggianti, che scivolano sulle pareti degli edifici come il colore scivola sulla pelle di un camaleonte fulmineo. Ancora proseguendo finalmente troviamo il modo di oltrepassare il fiumiciattolo che ci impedisce il passo: un ponte che congiunge le due rive, un guado sicuro. Ma non soltanto uno, molteplici foggiati in forme diverse.

Il primo è classico nell’aspetto, arcuato leggermente, ricorda i ponti che molto spesso vediamo nei dipinti di paesaggi classici di giardini orientali; poi uno piatto, sorta di passerella che si interpone al flusso. E ancora una serie di lastre delineano il passaggio sul pelo dell’acqua, come massi squadrati che il fiume trascinandoseli dietro durante una piena, ha poi delicatamente deposto per nostra servitù. Ma nessun paesaggio classico cinese è completo senza padiglioni o altri luoghi dove riposarsi dopo un lungo vagare.

Si delineano quindi una serie di isole verdeggianti, cerchi in un insieme di linee, sedute che sono anche piccoli giardini all’interno di un giardino più grande. Non sono coperti, non hanno l’aspetto di pagode o imbarcazioni che fungono anche da padiglione, come nei più classici dei giardini. Ma le fronde di questi Liquidambar ci proteggono come un tetto in tegole di ceramica, e consentono al sole e alla luce di filtrare in estate, senza che il loro calore ci danneggi.

Così protetti da questi elementi naturali in tanta artificialità, possiamo sederci ed osservare ciò che intorno a noi intanto accade. Non vi sono “paesaggi in prestito”, come tradizione vorrebbe. Il paesaggio è già intorno a noi, senza bisogno di vedere la torre lontana o la montagna che spunta dalla nebbia. Torri che sembrano montagne ci circondano, e noi siamo una piccola valle, su un’isola che si lega all’acqua, lontani dalla frenesia in uno dei luoghi più frenetici al mondo. Questo è forse l’aspetto che più lega l’antico al moderno, giardini lontani persi nel tempo e un centro moderno che reca i segni della vita impaziente: l’attimo che diventa eterno e un’eternità che si scioglie in un istante.

Nel giardino cinese noi non vogliamo trovare la via per uscire, ma vogliamo perderci nel modo più assoluto, con i sentieri più tortuosi (magari seguendo casualmente un rivo), aspettando sotto un ombroso albero che il tempo passi per il solo gusto di lasciarlo scorrere, come l’acqua scorre nel fiume.

Nel giardino cinese ci perdiamo per riuscire a ritrovarci, e ritroviamo la strada soltanto a patto di perdere qualcosa, fosse anche solo una vista differente di una roccia, l’incessante dondolio dei loti con i loro cangianti colori, o il suono del vento fra le foglie dei bambù.

Anche in questo paesaggio moderno ci perdiamo, abbagliati dalla ricchezza di torri vetrate e luci mutevoli, ma ritroviamo in parte una serenità impensabile, osservando dall’esterno i passi veloci delle persone, le loro voci che si mischiano ai rumori della città e al suono dell’acqua che scorre. In una società fluida come quella della Cina moderna, non serve a nulla cercare riparo. L’importanza e riuscire a trovare dei piccoli spazi, inaspettati, un po’ improvvisi, dove comprendere che il futuro non può slegarsi dal passato, e dove perdersi lentamente, ritrovandosi al contempo.

Articolo e fotografie di Gael Glaudel