Il significato di un’esperienza varia molto a seconda del ruolo che si occupa nel suo svolgimento. Apparentemente, più si è immersi nell’azione, nella riflessione, nel concepimento di un progetto, più se ne comprendono i profondi legami con lo spazio, il tempo e l’idea generatrice. Apparentemente appunto.

Coloro che si trovano oltre la barricata, che osservano pazientemente il dispiegarsi degli elementi, l’incessante correre avanti e indietro per concludere una sistemazione, sono in realtà favoriti da uno sguardo privo di amore innato per ciò che sta avvenendo. La bellezza la vedono nascere poco a poco, ma non ne sono fautori. Un passante, inaspettato visitatore di un spazio che va formandosi, un progetto che ha il gusto del teatro e in cui i figuranti interpretano sé stessi, possiede la grande ricchezza dell’estraneità. Il suo giudizio non condizionato dalla fatica e dalle lunghe meditazioni sarà puro e particolarmente sincero, se rapportato alla velocità con cui verrà esplicitato. Questo tipo di giudizio sarebbe stato particolarmente adatto per presentare il progetto di Green Square, nell’ambito della manifestazione Landscape Festival – I Maestri del Paesaggio 2019, che dal 5 al 22 settembre occupa la Piazza Vecchia di Bergamo Alta. Eppure, nei giorni che hanno preceduto l’apertura del Festival, io non mi trovavo al di là della recinzione.

Capitato non per caso, non passante e tanto meno estraneo ai fatti, facevo parte di quella banda di attori che guidati da sapienti registi, andavano ad inscenare una recita fatta di verde e di città, di natura e artificio, giocando con le piante, con la luce e con l’architettura.

Prima di descrivere come questo progetto è stato realizzato, quale storia si cela dietro un’apparente semplicità, è bene delineare il tema che lo ha originato ed i principi che ne guidano il disegno. “Pioneer Landscape” è il motivo che risuona mentre osserviamo la Piazza; la vegetazione pioniera, quella che comunemente ottiene l’appellativo di “erbacce”, (che con la sua connotazione negativa è sciocco di per sé, come sciocca è la volontà di affibbiare alle piante una “bontà” o “malvagità” intrinseca nella loro vitalità), con la sua forza è la prima a colonizzare gli spazi abbandonati, i luoghi inaccessibili o dove l’incuria o l’indecisione umana hanno fermato costruzione ed utilizzo.

Il tentativo che questo progetto vuole portare avanti è di stabilire un dialogo fra natura ed architettura, fra il selvaggio di queste pioniere e il regolare di uno spazio antropico in fermento. Perché certamente Piazza Vecchia a Bergamo è uno dei luoghi della città più frequentato, dove il passaggio umano è continuo ad ogni ora del giorno e le attività fervono.

Non si tratta quindi di riappropriarsi di luoghi un tempo abitati, di soverchiare il costruito o di contrastare l’antropizzazione con la resilienza. Si tratta piuttosto di mostrare come la natura può comunicare con la città, e quindi con l’uomo, ponendosi non come rivale ma come interlocutrice.

Il dialogo che ne consegue è quindi pacato, non una discussione ma un’intesa su più punti, dove la conseguenza è la dimostrazione che la natura nei centri urbani non soltanto è necessaria, ma aspetto non secondario, è esteticamente gradevole.

Luciano Giubbilei, il paesaggista che quest’anno è stato incaricato di progettare la Piazza ha un’opinione piuttosto concorde su questo concetto: “La bellezza della vegetazione pioniera e spontanea si riappropria talvolta di spazi antropizzati: nell’installazione in Piazza Vecchia le piante diventano veri e propri dispositivi dell’osservazione, proponendosi come materiale di una riflessione sul paesaggio, trasformando la piazza storica della città in uno spazio indeciso, sospeso a metà tra Città e natura”.

Questa riflessione è cominciata dal momento che il mio sguardo si è posato su minuscole piantine che, con un coraggio e una forza invidiabili, coloravano di verde gli interstizi fra le mattonelle che pavimentano Piazza Vecchia, prima che i lavori cominciassero.

Primo giorno.

La piazza di mattina si presenta calma, ma già diversi sono i suoi frequentatori; viene istituito un perimetro per il cantiere e si iniziano a tracciare le isole vegetali. Planimetria alla mano, iniziamo a prendere confidenza con il luogo e le sue caratteristiche.

Il disegno geometrico della pavimentazione si scopre essere fondamentale per il posizionamento delle isole, ognuna delle quali si mantiene a distanza dalle altre, ma intrecciando il decoro a mattonelle rosse, e portando un senso di unitarietà alla loro disposizione.

Dopo averne tracciato il contorno, viene posato un tessuto non tessuto, per riparare dal terriccio, e forbici alla mano se ne ritaglia precisamente il contorno. Nel frattempo, dal lato su cui svetta la Biblioteca Angelo Mai, iniziano a giungere, lenti nel loro incedere, gli alberi di Koelreuteria paniculata, forniti dai vivai Coplant, che scandiranno il ritmo degli spazi con il loro ergersi protesi verso i palazzi e il cielo.

La piazza ammutolisce di fronte a uno spettacolo di questo genere, inusuale per quel luogo: la natura ha fatto il suo ingresso, e lo ha fatto in grande stile. Vengono posizionati attentamente, ruotati, spostati anche solo leggermente per ottenere l’effetto scenico desiderato. Una volta sicuri della loro posizione, si iniziano a creare le zolle di corteccia che diverranno la loro dimora fino al termine del Festival, preservando la salute e l’integrità degli alberi. Si tratta di una tecnica che permette di inglobare la zolla radicale della pianta in una forma morbida costituita da cippato di corteccia trattenuto da una rete appositamente modellata.

La giornata passa velocemente, e come accadrà ogni giorno, stanchi e soddisfatti, tutti i volontari impegnati nei lavori osservano come la natura stia già, sottilmente, mutando l’aspetto di quel luogo.

Secondo giorno.

La posa delle isole viene terminata, così come la costruzione delle zolle di corteccia. Sotto l’occhio sapiente di Giubbilei e dei suoi collaboratori Piergiorgio Ferrara e James Horner, si procede negli ultimi necessari spostamenti di alcune piante. Viene altresì deciso di rendere solitarie alcune delle Koelreuteria, ritagliando via parti del tessuto, in modo tale che come obelischi vegetali esse divengano custodi della piazza, al di là del gioioso caos che da lì a poco sarebbero divenute le isole.

Infatti, i primi carichi di piante provenienti dal vivaio di Valfredda iniziano a sopraggiungere, e vengono disposti con cura in file ordinate sotto il loggiato del Palazzo della Ragione, dove vengono pulite e preparate per il giorno seguente.

Terzo giorno.

Prima della partenza di Luciano Giubbilei, una delle isole deve essere iniziata e terminata, in modo tale da comprendere le linee guida che porteranno alla creazione di tutte le altre.

Prima vengono sistemati alcuni Acer campestre, che saranno gli intermediari fra la grandezza delle Koelreuteria e le erbacee più modeste. Fra queste si annoverano Alchemilla mollis, Allium ramosum, Anemone japonica, Aster divaricatus, Brachypodium sylvaticum, Calamagrostis varia, Calamintha nepeta, Carex divulsa, Carex plantaginea, Sporobolus heterolepis, Persicaria amplexicaulis e Solidago caesia, ma non tutte verranno usate in questa isola.

Uno dei principi che reggono il progetto pone una divisione fra isole solatie e isole ombrose, e a seconda del loro rientrare nell’una o nell’altra categoria, vedranno comporsi di piante più adatte alla loro esposizione.

Vengono posizionati dei rialzi per creare dei movimenti del terreno, e con grande cura ogni pianta viene piazzata, partendo dal centro dell’isola, creando variazioni di densità, giocando con le altezze e con le tonalità delle foglie. Rimaniamo ad osservare con ammirazione l’atto creativo, intervenendo di quando in quando per consegnare nelle sapienti mani dei progettisti un’erbacea richiesta in particolare.

A conclusione della giornata, una macchia verde svetta fra nudi alberi e isole, un piccolo paradiso selvatico che rivela la via da intraprendere per dialogare con la natura.

Luciano Giubbilei

Con la partenza di Giubbilei, la nostra guida di pari abilità e capace di creare poesia con poche specie erbacee, diventa James Horner, giovane garden designer di talento. Le isole vengono portate avanti con ritmo serrato, badando di ricreare una parvenza di naturalità.

Quarto e quinto giorno.

Proprio in questo principio si delinea la difficoltà della composizione: come fare per ricreare ciò che soltanto la natura ha la capacità di far nascere? Come giungere ad un grado di selvatichezza tale da essere mimesi di quello che avviene dopo l’abbandono di un campo, appropriandosi dei caratteri più profondi che legano la casualità naturale alle regole della disposizione vegetale? Tutto sta nel comprendere che il nostro scopo non era quello di copiare, o imitare la natura, ma di avvicinarsi il più possibile alla sua “selvatica perfezione”.

Non un fac-simile, ma un omaggio alla potenza e alla vitalità che la natura dimostra nel suo riappropriarsi degli spazi, a riempire le crepe, ad assaltare i muri e a rompere le pavimentazioni.

In questo tentativo, le erbacee a disposizione fungevano da colori, disposte sulla tavolozza del loggiato, sfumature di verde dal più chiaro dell’Alchemilla a quello più scuro dell’Acanto. Soltanto il verde, per volontà di Giubbilei, doveva tingere la piazza, e così i giochi di luci ed ombre, le consistenze e le densità, le altezze, le vicinanze dell’una all’altra specie divengono i criteri con cui disporre le piante.

Onde si creano, onde verdeggianti che passano dal tenue al cupo, dal frastagliato al liscio e svettante. Soltanto alcuni punti, soprattutto nelle isole solatie si colorano di bianco, dato da piccoli timidi fiori dell’Aster, dell’Anemone, della Calamintha, dell’Artemisia e dell’Achillea, o di nero per i capolini delle Rudbeckia, alle quali, con un tocco fra l’artistico e il surreale, erano stati precedentemente tolti i petali gialli.

Non sarebbe comunque corretto definire queste isole vegetali prive di colore, in quanto l’abbondanza di tonalità di verde già di per sé crea un gioioso caos, il cui intrico permetterebbe al visitatore incuriosito di sostare ore ed ore ad ammirarne la complessità.

Sesto giorno.

In quanto creazione di un giardino, poco accade la domenica. Si osservano le isole completate, si cambiano pochi dettagli e ci si gode in tranquillità il ritmo frenetico della piazza. Settimo e ottavo giorno. Con il tempo agli sgoccioli, le isole procedono fino alla bordura che richiede una particolare attenzione: è fondamentale infatti creare un movimento morbido che piacevolmente porti al suolo pavimentato piuttosto che un brusco salto.

I vasi, opportunamente coperti grazie al gioco delle foglie all’interno dell’isola, sul bordo vengono lasciati visibili, dichiarazione di onestà e sincerità verso quella che non è una natura selvaggia che riconquista il suo dominio, ma un atto d’amore verso di essa, un prodigarsi per comprenderla ed essere compresi.

Mentre le isole con specie più eliofile vanno ad ultimarsi, nell’aria si spande un intenso profumo di menta. La Calamintha, con le sue infiorescenze bianche ed il suo aroma rinfrescante attira una miriade di api e di visitatori. Fortunati coloro che osservano il dispiegarsi del progetto dall’esterno, affermavo, e il loro giudizio, spesso, fu la migliore delle ricompense.

Alcuni passavano ogni giorno, per ammirare i progressi nella composizione. Altri per caso, constatavano che l’avvento di questa natura, malauguratamente così effimera, era un passo avanti nel campo della civiltà e del benessere.

Più di tutti mi colpì una signora molto anziana, che con il corpo piegato dal peso degli anni, molte volte benediceva il nostro lavoro: “Io sono nipote di giardiniere, e posso dirvelo, voi fate il mestiere più bello del mondo!”. In quelle poche parole si avvertiva una dolcezza incondizionata verso la natura, e osservare la piazza con le sue isole verdeggianti non aveva più lo stesso significato di prima.

Nono giorno.

Con il ritorno di Luciano Giubbilei, anche i lavori delle isole vengono ultimati, e si procede quindi alla posa delle pietre, provenienti direttamente da Carrara, e utilizzate grezze per accentuare il concetto di naturalità che si voleva raggiungere. Vengono poste con grandi sforzi in modo tale che incornicino le isole, ed allo stesso tempo fungano da sedute.

Verso sera anche gli impianti idrici ed elettrici sono ultimati, e tutto il quadro può essere ammirato, prima dell’ultimo grande giorno, il decimo.

Non c’è molto da dire su quest’ultima giornata, se non che ogni fatica, ogni goccia di sudore, ogni sforzo per raggiungere il migliore dei risultati vennero premiati dall’ammirazione che i passanti dimostrarono per la verde piazza.

E la conoscenza che ci portiamo dentro da quel momento, l’aver appreso come ogni pianta necessiti una ed una soltanto accanto, che ogni sfumatura è decisiva nella composizione finale, e l’aver ascoltato il silenzioso dialogo fra la natura e la città, risultano essere un patrimonio inestimabile da custodire gelosamente. Anche quando il Festival sarà terminato, molti ricorderanno il tempo in cui la natura si riprese una parte – minuscola – del suo mondo, senza scacciare gli uomini, ma aiutandoli, con la sua bellezza, e in piccola parte salvandoli, con le sue tacite parole.

Articolo e foto di Gael Glaudel