[ITA] La definizione di spazio pubblico, consultando un dizionario, è la seguente: “Lo spazio sovrastante o sottostante alle aree pubbliche e particolarmente a strade e piazze, la cui occupazione è soggetta a speciale tassa a favore del Comune o di altro ente”. A sua volta scomponibile in due termini, spazio riporta “Il campo disponibile per gli oggetti della realtà in quanto si considerino individuati da una collocazione o posizione, dotati di dimensioni, e suscettibili di spostamento”, mentre pubblico propone tre declinazioni a seconda della sua accezione: 1) “Relativo a un ambito cui appartengono o si riferiscono i diritti o gli interessi di una collettività civilmente ordinata”; 2) “Della comunità intesa come totalità sociale”; 3) “L’insieme delle persone attualmente o potenzialmente partecipi o presenti”.

Place des Festivals (Daoust Lestage) – © Marc Cramer

Da queste definizioni si può desumere che lo spazio pubblico sottende due componenti principali. Una di queste, lo spazio, è quindi architettonicamente parlando la fisicità del luogo, l’insieme dei vuoti creati dagli edifici, nei quali circola ed interagisce il secondo elemento, il pubblico. Quest’ultimo rappresenta la componente mobile ed una variabile che “potenzialmente” va tenuta nella massima considerazione. La “suscettibilità allo spostamento” è la chiave su cui si imposta una riflessione riguardante gli spazi urbani che dura oramai da più di vent’anni.

Installazione SUR, di Xefirotarch, 2005 – © The Museum of Modern Art and MoMA PS1

Su queste tematiche, B. Cannon Ivers, architetto del paesaggio, ricercatore, Direttore presso LDA Design e teaching fellow alla Bartlett School of Landscape Architecture, ha impostato la riflessione alla base del suo libro Staging Urban Landscapes: The Activation and Curation of Flexible Public Spaces (Birkhäuser, 2018) . Sebbene le tematiche affrontate siano fondate su una ricerca approfondita dell’approccio progettuale riguardante gli spazi urbani e la conseguente letteratura scientifica prodotta a partire circa dal 1960, l’inizio del suo interesse per questa materia ha radici più poetiche. Un trasloco dal una piccola cittadina del Colorado verso la grande metropoli di Londra. Un cambiamento radicale di prospettiva e di spazi, accentuato dallo spostarsi in bicicletta, osservando in tal modo il continuo mutamento nella conformazione dei luoghi della città. Da qui prese l’avvio una documentazione accurata, che ha portato Ivers a focalizzare una nuova necessità per i progettisti: creare spazi che consentano l’adattamento nel tempo di modifiche, intrecci e sovrapposizioni.

La chiave per raggiungere questa tipologia di spazio pubblico si trova in due concetti fondamentali: la flessibilità e l’attivazione. La flessibilità riguarda la capacità di adattamento dello spazio, la sua propensione ad accogliere situazioni, eventi, manifestazioni di carattere diverso. La flessibilità è strettamente connessa anche alla tipologia di utenza dello spazio pubblico, dipende dal numero di persone, dai loro interessi. L’attivazione concerna l’attitudine ad “accendere” uno spazio, a renderlo vitale tramite processi di partecipazione, coinvolgendo i possibili fruitori, proponendo attivamente nuovi utilizzi. L’autore suggerisce nel titolo una chiave di lettura molto interessante, la “messa in scena” dei paesaggi urbani, concetto al di là di quello più abituale di “progettazione”. Sorge quindi la necessità di cambiare paradigma, passando da “atto del progettare” a “processo di progettazione”, cioè da un sistema rigido che propone una conformazione cristallizzata ad un sistema dinamico che si adatta fluidamente alle esigenze ed al trascorrere dei giorni.

Navy Yard Central Green (James Corner Field Operations) – © B. Cannon Ivers

Lo spazio pubblico diventa non un luogo fisso nel tempo, immutabile, definito da un unico scopo e funzione (la piazza del mercato, la via degli artisti, la piazza monumentale, etc.), ma un “teatro”, eterogeneo e multifunzionale, dove gli attori sono i passanti, i performer, i commercianti. L’attuazione di questo passaggio di concetti soggiace ad alcuni fattori delineati da Ivers: la curiosità, che porta le persone ad interessarsi di uno spazio già oggetto di interesse da parte altrui; l’anticipazione, la creazione di aspettativa a proposito di un accadimento; l’aspetto psicologico che riguarda l’effimero, la tendenza a modificare l’impressione a proposito di un evento o uno spazio nell’istante in cui “è e non sarà più”.

Navy Yard Central Green, (James Corner Field Operations) – © Halkin Mason Photography

Staging Urban Landscapes si compone di più saggi, che delineano le modalità con le quali procedere all’attivazione degli spazi urbani, soffermandosi sugli aspetti che riguardano in particolare la programmabilità e la flessibilità, arrivando a definire un nuovo approccio che predilige la performance spaziale all’estetica statica. Le riflessioni, numerose e proposte oltre che da Cannon Ivers anche da progettisti e ricercatori del calibro di Alex Wall, Chris Reed, Nicola Dempsey, Chris Wangro, Sergio Lopez-Pineiro, Adriaan Geuze, James Corner e altri, lasciano poi il posto ad un inventario ricchissimo di progetti realizzati, tutti improntati sui principi fin qui esposti. Oltre ad un’accurata descrizione della genesi dei progetti, vengono trattate le modalità di attivazione, proponendo una storia fatta di eventi e programmi, come nel caso del Potters Fields Park a Londra, o del Navy Yard Central Green a Philadelphia. In molti casi vengono trattati spazi urbani che possiedono una vocazione talmente elevata al cambiamento da essere riprogettati di volta in volta da differenti architetti, artisti, paesaggisti. È il caso del cortile del museo MOMA PS1 di New York, del Serpentine Pavilion di Londra o della Place des Festivals e la Promenade des Artistes di Montreal.

Rosy The Ballerina, di raumblaborberlin a Potters Fields Park – © UP Projects

Luoghi dove l’arte e lo spettacolo si uniscono, dove di anno in anno variano le richieste e le condizioni che caratterizzano la composizione dello spazio. Luoghi che non perdono la loro identità con il mutamento, anzi la rinforzano, manifestando chiaramente che in essa è racchiuso il sintomo dei nostri tempi, la volontà di sperimentare e la tensione che porta all’imprevedibile scelta di “provare”, “tentare”, “affascinare”. Le descrizioni sono supportate da un importante apparato iconografico, composto da fotografie e lucidissimi diagrammi che facilitano la comprensione delle meccaniche progettuali.

Le riflessioni raccolte in questo volume pongono un’importante pietra miliare nel dibattito sempre più stringente a proposito dei paesaggi urbani, degli spazi della vita pubblica, e indicano un sentiero proiettato nel futuro per adeguare l’approccio progettuale, anzi “l’approccio teatrale” al disegno dello spazio pubblico, evitando di incorrere nell’errore di proporre dei vuoti urbani da riempire a seconda delle esigenze.

Trafalgar Square – © David IliŠff

James Corner, nella postfazione scrive: “Questo libro, meravigliosamente creativo ed istruttivo, ci parla della differente gamma di eventi sociali che possono accadere in una varietà di spazi pubblici nella città. Vi sono molti esempi in questo volume di coloratissime ed inventive installazioni che si appropriano dello spazio, di attivazioni e programmi curati, ma gli esempi veramente eccezionali sono quelli che uniscono soltanto luoghi progettati e programmabilità creativa. Luoghi davvero grandiosi e senza tempo mettono in primo piano una potente sinergia tra l’ambientazione progettata e l’ampia gamma di esperienze che lo spazio potrebbe poi supportare. Tale reciprocità è essenziale per un buon design e per l’arricchimento artistico di diverse culture urbane, e questo libro testimonia il potente fascino di un buon progetto, una cura artistica e la formazione dell’identità locale”. Un libro che qualunque studente di architettura, architettura del paesaggio, urbanistica, pianificazione dovrebbe possedere nella sua biblioteca personale, e comunque una perla per chiunque si occupi di spazio urbano e paesaggi della città.

Potters Fields Park (GROSS.MAX.) – © B. Cannon Ivers

[ENG] The definition of public space, consulting a dictionary, is the following: “The space above or below public areas and particularly streets and squares, whose occupation is subject to a special tax in favor of the Municipality or other body”. In turn, decomposable into two terms, space reports “The field available for objects of reality as they are considered identified by a location or position, with dimensions, and susceptible to displacement”, while public proposes three declinations depending on its meaning: 1) “Relating to an area to which the rights or interests of a civilly ordered community belong or refer”; 2) “Of the community understood as a social totality”; 3) “The set of people currently or potentially participating or present”.

Diagramma di Jan Gehl

From these definitions it can be deduced that public space is based on two main components. One of these, space, is therefore architecturally speaking the physicality of the place, the set of voids created by the buildings, in which the second element, the public, circulates and interacts. This latter represents the mobile component and a variable that “potentially” must be taken into utmost consideration. The “susceptibility to displacement” is the key on which a reflection on urban spaces that has lasted for more than twenty years is established.

Diagramma “motation” di Lawrence Halprin

On these matters, B. Cannon Ivers, landscape architect, researcher, Director at LDA Design and teaching fellow at the Bartlett School of Landscape Architecture, has set the reflection at the basis of his book Staging Urban Landscapes: The Activation and Curation of Flexible Public Spaces (Birkhäuser, 2018). Although the issues addressed are based on an in-depth research of the design approach regarding urban spaces and the consequent scientific literature produced starting around 1960, the beginning of his interest in this subject has more poetic roots. A move from a small town in Colorado to the big metropolis of London. A radical change of perspective and space, accentuated by traveling by bicycle, thus observing the continuous change in the conformation of the places of the city. From here began an accurate documentation, which led Ivers to focus on a new need for designers: create spaces that allow the adaptation over time of changes, intertwining and overlapping.

Impulse, di Lateral Office, 2015 – © Chiara Isserlis

The key to achieving this type of public space lies in two fundamental concepts: flexibility and activation. Flexibility concerns the adaptability of the space, its propensity to accommodate situations, events, manifestations of different nature. Flexibility is also closely connected to the type of use of the public space, it depends on the number of people and their interests. Activation concerns the aptitude to “light up” a space, to make it vital through participation processes, involving possible users, actively proposing new uses. The author suggests in the title a very interesting interpretation, the “staging” of urban landscapes, a concept beyond the more usual one of “design”. The need therefore arises to change the paradigm, passing from the “act of designing” to the “design process”, that is, from a rigid system that offers a crystallized conformation to a dynamic system that adapts fluidly to the needs and the passing of days.

Installazione Hy-Fi, di The Living, 2014 – © Cecil Barnes

The public space becomes not a fixed place in time, immutable, defined by a single purpose and function (the market square, the artists street, the monumental square, etc.), but a heterogeneous and multifunctional “theater”, where the actors are the passers-by, the performers, the traders. The implementation of this passage of concepts is subject to some factors outlined by Ivers: curiosity, which leads people to take an interest in a space already subject to interest by others; anticipation, the creation of expectation about an event; the psychological aspect concerning the ephemeral, the tendency to modify the impression about an event or a space in the instant in which it “is and will no longer be”.

Navy Yard Central Green (James Corner Field Operations) – © Halkin Mason Photography

Staging Urban Landscapes is made up of several essays, outlining the ways in which to proceed with the activation of urban spaces, focusing on the aspects concerning in particular programmability and flexibility, defining a new approach that favors spatial performance over static aesthetics. The reflections, numerous and proposed not only by Cannon Ivers but also by designers and researchers of the caliber of Alex Wall, Chris Reed, Nicola Dempsey, Chris Wangro, Sergio Lopez-Pineiro, Adriaan Geuze, James Corner and others, then give way to a very rich inventory of completed projects, all based on the principles set out up to now. In addition to an accurate description of the genesis of the projects, the activation methods are discussed, proposing a story made up of events and programs, as in the case of the Potters Fields Park in London, or the Navy Yard Central Green in Philadelphia. In many cases are treated urban spaces having such a high vocation for change that they are redesigned from time to time by different architects, artists, landscape architects. This is the case of the courtyard of the MOMA PS1 museum in New York, the Serpentine Pavilion in London or the Place des Festivals and the Promenade des Artistes in Montreal.

Places where art and entertainment come together, where the requests and conditions that characterize the composition of the space vary from year to year. Places that don’t lose their identity with change, rather they reinforce it, clearly showing that it contains the symptom of our times, the will to experiment and the tension that leads to the unpredictable choice to “try”, “attempt”, “fascinate”. The descriptions are supported by an important iconographic apparatus, composed of photographs and diagrams that facilitate understanding the mechanics of the projects.

Casi studio – © B. Cannon Ivers

The reflections collected in this volume place an important milestone in the increasingly stringent debate regarding urban landscapes, spaces of public life, and indicate a path projected into the future to adapt the design approach, or rather the “theatrical approach” to the design of the public space, avoiding the error of proposing urban gaps to be filled according to needs.

Lawn on D (Sasaki Associates) – © B. Cannon Ivers (sinistra) / © Sasaki Associates (destra)

James Corner writes in the afterword: “This wonderfully creative and instructive book speaks to the diverse range of social occasions that can occur in a variety of public spaces around the city. There are many examples in this book of colourful appropriations of inventive installations, activations and curated programmes, but the truly exceptional examples are those that marry uniquely designed places with creative programming. Truly great and timeless places foreground a powerful synergy between the designed setting and the sheer range of experiences that the space might then support, often specific to locale, environment and culture. Such reciprocity is essential to good design and to the artful enrichment of diverse urban cultures, and this book is testament to the powerful appeal of good design, artful curation and the shaping of local identity ”. A book that any student of architecture, landscape architecture, urban planning should have in his personal library, and in any case a pearl for anyone be interested in with urban space and city landscapes.

Articolo di Gaël Glaudel