Flussi, nomadismi, temporaneità, migrazioni, erano già negli anni ’60 i temi del progetto utopico di Constant, artista e architetto olandese il quale, con il progetto New Babylon immaginava un’organizzazione teoricamente universale capace di colonizzare rizomaticamente il territorio.

Constant New Babylon uber, Den-Haag,1966

L’uomo, protagonista attivo del cambiamento, errando incessantemente lavora con e nell‘ambiente all’interno del quale abita, ovvero il mondo intero, stabilendo relazioni e sincretismi sociali, culturali e fisici. Ragionare in termini di flussi significa tornare a pensare alla città come “organismo vivente”, lavorare con il metabolismo urbano, considerando la crescita non più legata alla produzione di scarti -consumo di suolo, sfruttamento delle risorse ambientali- ma in termini differenti: gli scarti, i luoghi negletti e sfuggiti alla feroce urbanizzazione, vengono considerati come risorse per il ripensamento di nuovi paesaggi.

Drosscape, Napoli.

Nell’ultimo decennio, i vecchi discorsi disciplinari tra urbanistica, ecologia, paesaggio, hanno lasciato il posto a relazioni più fluide, polivalenti e potenzialmente più produttive, in grado di rispondere alle sfide poste dall’ambiente, che impediscono un approccio settoriale e specifico. Risulta dunque quanto mai adeguato e necessario partire da una visione piuttosto affettiva del paesaggio, come definito dal filosofo François Jullien: secondo il quale, il paesaggio, per poter realmente rispondere alle esigenze della città contemporanea e intrattenere una stretta e fluida relazione con urbanistica ed ecologia, andrebbe riletto come spazio tra – letteralmente, écart – in grado di mettere in tensione l’ambiente. Ci si allontana dunque da quella concezione di “parte del paese” -come definita anche dalla convenzione europea del paesaggio- a cui siamo ancorati e che ne impedisce una lettura globale.

Mumbai. Fonte: Ecological Urbanism_pg.93 cap. Notes on the Third Ecology, di Sanford Kwintert

Ciò a cui si tende è una risemantizzazione del concetto di scarto, di abbandono, di marginalità, e di conseguenza del termine  paesaggio; considerato come un sistema spaziale, dotato di continuità temporale che esiste come risultato di relazioni e che rifiuta la frammentarietà.

Zona TAV, afragola, Napoli

Significa ragionare in termini di multiscalarità spaziale e temporale, ridando identità ai luoghi, all’ ecumene. Significa rileggere e reinterpretare il residuale, l’abbandonato riferendosi ad una impostazione ecologica e culturale di rilettura e rifunzionalizzazione creativa dei luoghi cogliendone possibili strategie di rinnovamento.

periurbano Acerra, Regi Lagni_Stazione TAV Afragola

Il paesaggio viene dunque ripensato come un processo, come strategia aperta, resiliente, adattiva,  in cui i residui, la terra incolta, gli spazi in between,  le aree “in attesa” diventano punti di partenza per una nuova dimensione del progetto di paesaggio, capace di lavorare con l’indeterminatezza attraverso interventi di predisposizione per uno sviluppo urbano strategico. Indeterminatezza che è alla base di una nuova geografia del territorio, il periurbano, pensato nella sua accezione ecologica come spazio di transizione, bordo poroso aperto alle trasformazioni e capace di giocare con la durata e la provvisorietà.

Parco Portello, Milano.

Il periurbano, come margine ecologico, diventa dunque il luogo più fertile e ricco per ripensare in termini creativi (riciclaggio, riuso) alle condizioni di incertezza di alcune tipologie di spazi aperti come opportunità per disporre strategie innovative in grado di mettere in equilibrio qualità ecologiche ed urbane.

Articolo di Francesca Garzilli