Da Berlino giunge l’eco dello straordinario successo che sta avendo la mostra “Bahaus Imaginista: still undead”, che dal 14 marzo ha aperto i battenti presso la Haus der Kulturen der Welt per celebrare fino al giugno 2019 l’eredità lasciataci dal grande movimento culturale del Bauhaus, fondato da Walter Gropius. Tuttavia, il fulcro dei moltissimi eventi che caratterizzeranno la celebrazione del centenario del Bauhaus, sarà la grande mostra dedicata alla Scuola di Dessau (a partire dal prossimo 8 settembre) ubicata dal 1925 al 1932 nella mitica cittadina della Sassonia-Anhalt. Bombardata durante la guerra, l’edificio è tornato definitivamente al suo antico splendore solo dopo essere stato riconosciuto patrimonio mondiale UNESCO (1996) e oggi è uno spazio accessibile al pubblico che ospita festival, residenze, mostre e corsi accademici. Il nuovo museo conserva una straordinaria collezione (40.000 pezzi) di disegni, materiali, studi e oggetti prodotti nei laboratori di questa straordinaria scuola.

Bauhaus, Dessau

Nei suoi soli 14 anni di esistenza (1919-1933), il Bauhaus è stato senza dubbio la scuola d’arte e design più influente del XX secolo. E’ mia convinzione che in quegli anni si sia costruito un patrimonio di idee innovative e di tecniche progettuali creative, molte delle quali a tutt’oggi inesplorate, che tornano di grande attualità anche nello sviluppo di una disciplina come l’Architettura del paesaggio contemporanea, nella quale il procedimento artistico caratterizza sempre più fortemente le più importanti scuole paesaggistiche a livello europeo e internazionale.

Uno dei temi più complessi, sia a livello teorico che pratico, che riguarda l’analisi paesaggistica e il procedimento di costruzione del processo progettuale paesaggistico, è quello della “percezione”.

Nella società contemporanea, Tempo e Movimento sono sostanziali nella comprensione e concezione del Paesaggio. Noi ci muoviamo nel Paesaggio e nello stesso tempo, il Paesaggio cambia, cresce, si modifica e ciò avviene con una velocità inusitata rispetto al passato.

Non solo, il Paesaggio delle aree metropolitane e delle aree più densamente urbanizzate diventa sempre più complesso, a volte ambiguo, a volte totalmente impermeabile al suo riconoscimento identitario da parte degli abitanti. Dal punto di vista del godimento estetico da parte dell’osservatore, ci troviamo, oggi, in una situazione molto simile a quella che si determinò nel passaggio dalla rappresentazione “pittorica” del Paesaggio a quella della rappresentazione fotografica di un’opera d’arte.

Sulla base di queste riflessioni, sono andato a ricercare nella mia biblioteca il noto saggio di Walter Benjamin “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, scritto nel 1936, tre anni dopo la conclusione dell’epopea del Bauhaus. Rileggendolo, ho ampliato la visione storica dello sviluppo delle arti che hanno permesso di superare la rappresentazione pittorica del Paesaggio, in particolare la Fotografia e il Cinema, rimanendo ancora una volta sbalordito, del come, un uomo di quell’epoca, avesse avuto la capacità di prevedere “la Storia che verrà”.

Walter Benjamin ha avuto il merito di farci capire che la Fotografia ha cambiato il modo di percepire lo Spazio, poiché esso non è più uno spazio elaborato consciamente dall’uomo, ma grazie ai mezzi ausiliari della fotografia e delle tecniche e tecnologie di manipolazione ottica, l’uomo ha la possibilità di scoprire quei movimenti che l’occhio umano non è in grado di cogliere, quello che un artista-pittore, fotografo e Maestro del Bauhaus, Lazlo Moholy-Nagy, dieci anni prima del saggio di Benjamin, aveva chiamato “l’inconscio ottico”. Oggi, nell’epoca del passaggio alla Seconda Vita “virtuale e digitale”, immaginaria e in-concreta, forse nella Fotografia, si manifesta il cambiamento di ciò che a tutti noi ci sembra di perdere: il Reale cambia, la sua stessa concretezza, la sua sostanza, insieme al nostro senso di realtà e di percezione da parte dei nostri sensi. La possibilità stessa di “rappresentare”, nel processo progettuale, poggia su un assunto fondamentale che la società industriale e postindustriale hanno cancellato: l’unità inscindibile di Uomo e Mondo naturale.

I processi di riproduzione prima, di automazione poi, infatti, ci hanno rivelato l’assoluta eterogeneità di queste due entità, entrambe minacciate da un terzo attore apparso sulla scena sociale: i sistemi automatici tecnologici, che non possono essere più considerati semplici protesi della razionalità umana, bensì potenti forze “antagoniste” sia dell’umano che del naturale. 

Benjamin ha riflettuto anche sulla possibilità di considerare la Fotografia da un punto di vista artistico, e quindi non solo rispetto alle sue funzioni sociali. Egli individuava la possibilità della Fotografia di diventare creativa nel momento in cui fosse riuscita  a liberarsi dal legame con altri interessi, come ad esempio quelli fisiognomici, politici, o scientifici. “Questa liberazione, può avvenire solo quando la fotografia sarà considerata un mezzo di riproduzione fuori moda”, diceva Benjamin: e per questi motivi “la creatività della fotografia è la sua abdicazione alla moda”. Sarà quindi il concetto di “obsolescenza”, dell’essere fuori moda, che permetterà alla fotografia di entrare all’interno del discorso artistico, diceva Benjamin in quel libro. Proprio come avviene oggi, nel momento in cui la percezione “visiva” del paesaggio contemporaneo viene sostituita da una percezione “digitale” dello spazio virtuale, in cui esso si colloca.

Questa considerazione di Benjamin ha grande interesse oggi, in cui le tecnologie digitali permettono di rappresentare uno “ spazio virtuale” su cui, attraverso tecniche di manipolazione digitale o di astrazione informatica, si tende a dare forma ad una percezione “artificiale” dello spazio, creando le condizioni per un uso artistico della rappresentazione progettuale capace di scoprire meglio della vista umana, quell’inconscio ottico che, Moholy-Nagy posa a fondamento della teoria fotografica della Scuola del  Bauhaus.

Moholy-Nagy, ritenuto da Giulio Carlo Argan ,”incontestabilmente il più moderno degli artisti della prima metà di questo secolo, anzi il modello o il prototipo dell’artista moderno, cosciente della crisi della professione artistica in un’epoca caratterizzata dall’egemonia industriale e dalla conseguente trasformazione di tutto il sistema del lavoro, della produzione, del consumo”, rivela la necessità di “ un’Arte che, rompendo con la visione indi­vidualistico-romantica che la caratterizza  come espressione di “esperienze psichiche soggettive”, si proponga come “progettazione” di modelli estetici in sintonia con la nuove realtà tecniche e sociali della società industriale moderna.” I suoi esperimenti sulla luce e sulle diverse tecniche fotografiche hanno dato vita a un’arte astratta che lo ha reso celebre, quando ha lasciato il Bauhaus e si è trasferito negli Stati Uniti, dando vita al New Bauhaus.

Nel 2012, visitando una mostra fotografica a Berlino intitolata “New Esthetics “, ebbi modo di ammirare le immagini di alcuni quartieri di Città del Capo, realizzate da una  giovanissima fotografa tedesca, Jannick Stelling, durante i Mondiali di calcio svoltisi in Sud Africa nel 2010. Attraverso vari tipi di manipolazioni digitali, le fotografie erano state ripulite, e le immagini erano caratterizzate da superfici grafiche e da forme che davano un’impressione di leggerezza e che sottolineavano l’ambiguità del contenuto, creando uno spazio surreale. Lo spettatore diventava un osservatore isolato, in un contesto che annunciava qualcosa che sarebbe dovuto accadere, denunciando in questo modo l’enorme iniquità di un’operazione di “vernissage ” della capitale del Sudafrica, che il governo aveva effettivamente messo in pratica per nascondere all’opinione pubblica  le condizioni di estrema povertà in cui vivevano milioni di abitanti di questa metropoli.

L’obiettivo della macchina fotografica non aveva mostrato lo Spazio reale, bensì quello “virtuale” di Cap Town, realizzando attraverso una concezione artistica della manipolazione fotografica, un paesaggio surreale, ma che comunicava in modo efficace e potente la sua denuncia della situazione sociale del Sud Africa. In quella mostra ho rivisto “in controluce” le stesse modalità con le quali Moholy-Nagy realizzava con i suoi “fotogrammi”, la liberazione dell’espressivi­tà figurativa dalle modalità prospettico-realistiche. Anche oggi, molti famosi architetti paesaggisti della scuola americana, quali Marta Schwartz, Kathryn Gustafson, Peter Walker utilizzano nell’interpretazione fotografica dei luoghi urbani e nel design progettuale una sorta di “arte astratta” che ha più punti in comune con i fotogrammi e le pitture di Moholy-Nagy  che con la Land Art fondata alla fine degli anni 60, da Robert Smithson, Walter De Maria, Richard Long, Dennis Oppenheim.

In epoche diverse e in campi d’applicazione diversi, tuttavia, l’esigenza che emerge è proprio la stessa necessità di nuovi modelli estetici che viene riproposta  dall’Architettura del paesaggio contemporanea, nei processi di trasformazione e ri-generazione urbana.

L’Arte, secondo Moholy Nagy, aveva il compito di introdurre fra l’uomo e l’ambiente nuovi rapporti funzionali (percettivi, immaginativi, sociali), soggettive (agendo come una sorta di “inconscio ottico” secondo la posteriore definizione di Benjamin). Questa concezione dell’Arte deve, insomma, produrre nuovi rapporti e nuove relazioni, non riprodurre specularmente quelli già esistenti.

In sostanza, viviamo un’epoca in cui è profondamente cambiata l’attitudine dell’Uomo moderno a percepire “visivamente”il Paesaggio, ma è anche profondamente cambiato il modo di “percepire” il risultato dell’azione di trasformazione dei luoghi, ovvero il Progetto.

E’ da questa visione “ distonica” dello Spazio (spazio reale/spazio virtuale) che nasce l’esigenza di ricerca dell’ “inconscio ottico” contenuto nelle rappresentazioni digitali tecnologicamente avanzate dei luoghi che l’Architettura del Paesaggio intende trasformare.

In quella nicchia di “ciò che è invisibile”, si nasconde l’ispirazione artistica del progetto e questa concezione artistica del progetto paesaggistico può servire a produrre nuovi rapporti e nuove relazioni sia di tipo sociale, culturale che economico. E’ questa eredità del Bauhaus che va approfondita e indagata oggi, per esplorare nuove modalità di interpretazione e percezione del “ valore artistico” del progetto paesaggistico e nuove modalità di invenzione concettuale del design del progetto,  la cui ispirazione artistica può ricevere spunti formali e sostanziali equipollenti a quel lavoro di creazione artistica e produttiva che caratterizzò un’epoca storica di cambiamento strutturale della società, che assomigliano alquanto alla società nella quale oggi viviamo.

Articolo di Enrico Falqui