Dalle sorgenti di un fiume in Colombia, le acque dell’Içana si riversano in Brasile scorrendo direttamente sul suo territorio in direzione sud-ovest, fino a raggiungere il Rio Negro. In prossimità delle sue sorgenti, l’Içana è un fiume di acqua bianca che comincia a cambiare il suo colore in rossastro per poi diventare un fiume di acque nere dopo aver ricevuto le acque che alimentano altri fiumi dell’area come lo Iauareté.

Fiume Içana

In questo territorio, ai confini del Brasile con Colombia e Venezuela, vivono i Baniwa, una popolazione indigena che abita villaggi situati sulle rive del fiume Içana e dei suoi affluenti Cuiari, Aiari e Cubate, così come altre comunità indigene nell’Alto Rio Negro. In Colombia e nella parte superiore dell’Içana vivono i Kuripako, un’altra comunità indigena che parla un dialetto della lingua Baniwa e sono loro parenti.


Índios di etnia Baniwa (Extremo Nord dell’Amazônia. Via Flickr

Baniwa. Foto: Andres Pessoas Via: Flickr

Il disboscamento della Mata Atlantica è iniziato in Brasile, a metà degli anni 70, proprio quando emersero i primi allarmi verso la crisi ecologica globale del Pianeta. Tra il 1985 e il 1995, in soli 20 anni, la foresta della Mata ha perso oltre 1 milione di ettari, oltre 33 volte l’area disboscata nei precedenti  300 anni del periodo della corona portoghese e dell’Impero messi insieme.

Frammenti di foresta della foresta atlantica brasiliana nel nord-est del Brasile, circondati da piantagioni di canna da zucchero. Credit: Mateus de Dantas de Paul
Nel 2017 sono stati distrutti 4,5 milioni di ettari di foresta pluviale del Brasile, principalmente a causa del disboscamento illegale e della deforestazione.
Mata Atlantica, deforestazioni nel 2015, Via RAISG Amazonia Socioambiental
Mata Atlantica, 2013, Via Ecosfera

Proprio in quegli anni 70, uno scienziato brasiliano, Eneas Salati, contribuì a seppellire l’antico assioma, secondo il quale la vegetazione non ha alcuna influenza sul clima. Questo stesso assioma è stato oggi riproposto dal Presidente degli Stati Uniti che ha ritirato la firma del proprio Paese dagli accordi internazionali sui cambiamenti climatici.  Quando Salati venne in Europa nel 1993, in una delle tante conferenze seguite alla Conferenza di Rio de Janeiro svoltasi l’anno precedente, dimostrò in modo inequivocabile che l’Amazzonia auto-genera circa la metà delle proprie precipitazioni, riciclando da 5 a 6 volte le masse d’aria che si spostano dall’Atlantico verso il Pacifico, attraversando il più vasto bacino idrografico del Pianeta. Oggi sappiamo senza alcun dubbio che l’effetto di retroazione tra clima e vegetazione è una questione chiave su cui l’Uomo può influire per mitigare i cambiamenti climatici, non solo in Brasile, ma in tutto il Pianeta.

La deforestazione della foresta pluviale amazzonica in Brasile ha raggiunto il suo tasso più alto in un decennio, secondo i dati ufficiali.
Tra l’agosto 2017 e il luglio 2018, circa 7.900 kmq (3.050 miglia quadrate) della più grande foresta pluviale del mondo è stata distrutta, un’area di circa cinque volte più grande di Londra. Via: BBC.com

Che cosa sta accadendo in queste settimane in Brasile che dovrebbe preoccupare tutti i cittadini Europei?

Tra le prime decisioni che Bolsonaro ha preso, una volta eletto presidente del Brasile, vi è stata quella di togliere al Dipartimento nazionale degli Affari Indigeni, la responsabilità di demarcare le terre indigene per affidarla al Ministero dell’Agricoltura, a capo del quale Bolsonaro ha nominato Tereza Cristina, una donna che si oppone da tempo ai diritti territoriali indigeni ed è a favore dell’espansione dell’agricoltura all’interno dei loro territori.

Il Presidente Bolsonaro alla nomina del MInistro dell’Agricoltura Teresa Cristina. Via: Amazonia.org

Le popolazioni indigene rischiano di veder sacrificate le loro ragioni in favore di quelle degli agricoltori e degli allevatori, sostenuti apertamente dall’esecutivo, per poter coltivare, da un lato, una maggiore quantità di soia, per soddisfare l’incremento esponenziale della domanda da parte della Cina, in seguito alla guerra commerciale attualmente in corso tra Cina e Stati Uniti. Dall’altro lato, enormi superfici di terra disboscata vengono messe a pascolo per favorire gli allevamenti estensivi voluti dalle grandi proprietà terriere. Nel gennaio dell’anno scorso Papa Francesco, in un discorso ai popoli indigeni in Perù a Puerto Maldonado ha detto: “Se, da qualcuno voi siete considerati un ostacolo o un “ingombro”, in verità, con la vostra vita siete memoria viva della missione che Dio ha affidato a tutti noi: avere cura della casa comune. La difesa della Terra è difesa della Vita.”

La tribù Waiapi sta combattendo per difendere la propria terra contro un massiccio progetto minerario. Via: dw.com
Indigeni di diverse etnie manifestano contro le riforme di Bolsonaro.
Photo credit: Leonardo Milano

Alla Conferenza di Parigi del 2015, il Brasile si era impegnato per riforestare 12 milioni di ettari di terre entro il 2030, in gran parte nell’Amazzonia meridionale e nella Mata Atlantica dove vivono le popolazioni indigene dei Baniwa e dei Kuripako. In quella stessa Conferenza, tutti gli scienziati presenti concordarono che se il se il tasso di disboscamento dell’Amazzonia, che già corre a una velocità di 52mila chilometri quadrati all’anno, dovesse accelerare ulteriormente, le conseguenze a scala globale potrebbero essere immense.

Foto satellitare NASA della stessa area di foresta amazzonica in Brasile, 10 anni dopo.

In un libro a cura di Gareth Doherty, che raccoglie le ultime lezioni di Roberto Burle Marx (“Roberto Burle Marx; Lectures”Lars Muller ed.,2018), il grande paesaggista brasiliano espone una lucida correlazione tra cambiamenti climatici e paesaggio, affermando che “il cambiamento dei Paesaggi amazzonici a seguito della deforestazione sarà l’indicatore precursore dei cambiamenti dei Paesaggi in tutto il mondo, in conseguenza dei cambiamenti climatici su tutto il Pianeta.” Memori di questa lungimirante premonizione, dobbiamo agire nei prossimi mesi a fianco dei popoli indigeni della Mata Amazzonica per tutelare e conservare i nostri paesaggi europei.