In questi giorni segnati da tante tragedie umane, di così intenso dolore per migliaia di persone, confesso di aver rifiutato di partecipare ai tanti flash mob, promossi e organizzati da molte famiglie italiane affacciate ai loro balconi, cantando a squarciagola e sventolando bandiere tricolori.

Farsi coraggio a vicenda in questa modalità, sia pur coerente con i nostri stereotipi italiani, ma non con il dolore presente e diffuso in ogni città italiana, non mi è parso consono al senso di lutto e distruzione di vite umane che questa epidemia ha causato. Questa pandemia è un monito di Dio a tutti gli abitanti del Mondo, un potente richiamo divino ai Signori della Terra affinché, tutti uniti, si adoperino per salvare il nostro Pianeta e per assicurare un futuro di pace e prosperità alle nuove generazioni.

Gustav Mahler, Il Canto della Terra

Per questo, l’unica musica che ho ritenuto adatta a parlare ai nostri cuori e, forse, capace di sollevare l’anima del nostro popolo, è stato il Canto della Terra (Das Lied von der Erde) di Gustav Mahler. Sullo sfondo di una Natura che, in empatia con il musicista viennese, intona il suo Canto dai colori d’autunno, mi sono lasciato prendere per mano in un percorso onirico e altamente simbolico. Un percorso, che, congelando il Dolore, rivela, al vento leggero di sonorità rarefatte, la visione estatica finale in cui, immaginiamo orizzonti lontani e frammenti d’impressioni spirituali, che si cristallizzano nella musica, all’interno del sublime linguaggio dell’Arte.

conseguenze dell’influenza spagnola (1918)

Il Canto della Terra di Mahler è un “farmaco” che ho utilizzato in tutti i momenti difficili e drammatici che ho attraversato nella mia vita.

La Musica come altre forme e rappresentazioni dell’Arte, può avere un effetto “placebo” contro il Dolore, può far scoprire nel nostro animo ferito, una segreta quanto potente volontà di resurrezione.

Se pensiamo a tutti i grandi quadri della nostra tradizione “figurativa”, essi “sono emotivamente caratterizzati dalla peculiare e inalienabile cognizione del Dolore, sedimentata nel vissuto dell’esperienza umana, rafforzata in mezzo a tante umane tragedie”. (Serra P. – 2007)

Egon Schiele

Rispetto a questo scenario da “esaurimento del mondo terrestre”, che aleggia davanti a tutti noi, cittadini del Mondo, dove la realtà evapora per mancanza di consistenza, noi, esseri umani, “appariamo come gli ultimi testimoni, attardati da una coscienza limitata ed opaca, dove ancora valgono le pulsioni dell’inconscio, i desideri e le pulsioni del corpo, in attesa di essere superati dai Robot (vestiti di pelle umana), capaci di infrangere l’ultima barriera sensoriale”. (Barcellona P. – 2007)

E. Schiele, Nudo di ragazza con braccia incrociate sul petto (1910)

Anche l’ultima enciclica di Papa Francesco del marzo del 2016, “Amoris Laetitia”, ci spinge a pensare ad un altro linguaggio, oltre la fede e la ragione. Questo secolo appena iniziato, ci può restituire una nuova dialettica tra dominio e amore, fra narcisismo autoreferenziale e relazionalità affettiva.

Non è la prima volta che l’intera umanità è colpita da una pandemia e forse non è un caso che quasi esattamente 100 anni fa, (1918) essa fu colpita da un virus ancora più aggressivo di quello attuale, denominato H1N1, più conosciuto come l’influenza “spagnola”.

E. Schiele, Wally Neuzil (1912)

La malattia fu eccezionalmente severa, con una letalità maggiore di quella attuale, del 2,5% che produsse circa 50 milioni di decessi in tutto il mondo. Oggi come allora, si trattava di un virus interamente sconosciuto per l’umanità e, come allora, l’incontro-scontro fra Eros e Thanatos, mise a confronto due diverse visioni dell’esistenza che si incontrano, si cercano, si respingono.

Sigmund Freud affermava, in quegli anni: “che Eros e Thanatos sono in lotta continua e l’evoluzione civile è un costante impegno volto a impedire alla seconda di mandare in rovina la società, che nasce dalla tendenza aggregativa della prima”.

E. Schiele, Nudo femminile sdraiato con gambe divaricate (1914)

Formulata nell’interregno tra le due grandi tragedie del Novecento, la Prima e la Seconda guerra mondiale, la teoria sul contrasto tra Eros e Thanatos, sembra dare un senso psicologico alla follia distruttiva di quei decenni. In quel primo decennio del Novecento, un pittore austriaco, fondatore insieme a Gustav Klimt del movimento artistico chiamato “secessionismo viennese”, Egon Schiele, meglio di altri artisti del suo tempo, ha rappresentato questa sconvolgente realtà, questo scontrarsi di sentimenti, ricercando nel profondo dell’animo umano, nelle sue pieghe più nascoste, trovando alla fine una modalità unica di rappresentare la sua immagine interiore. In un quadro, conservato nel Castello del Belvedere a Vienna, “Morte e ragazza” (1915-1916), Schiele evidenziava in modo straordinario la perdita dell’amore (e del rapporto di collaborazione) della sua amante e modella Wally. Il grande pittore viennese personificava, in questo quadro, la presenza angosciosa della Morte, assassina dell’Amore.

E. Schiele, Morte e ragazza” (1915-1916)

Schiele, ancora quindicenne, era stato sconvolto dalla morte precoce del padre a causa della sifilide; dotato di una sensibilità fuori dal comune, Egon aveva vissuto profondamente il conflitto interiore tra Amore e Thanatos, e questa sua lotta quotidiana, aveva sconvolto il suo “Io Artistico”. Per descrivere questo Dolore interiore che non dava pace alla sua anima, aveva lavorato su sé stesso, con il mezzo dell’autoritratto e del corpo nudo, esposto per essere scarnificato, martirizzato, deformato: un corpo che rifiuta il Bello e il Decorativismo secessionista appreso dal “padre artistico”, Gustav Klimt.

E. Schiele, Nudo con calze arancioni (1918)

E proprio allontanandosi da quel “padre”, Schiele aveva preso le mosse per contrapporsi all’ingessata perfezione formale accademica, per poi proseguire un personale percorso che lo aveva portato non a raffigurare ciò che si vede, la superficie dei corpi, ma ciò che è nell’animo tormentato. Così che aveva fatto emergere quell’Io ferito e stravolto dal dolore di bambino, di fronte all’atroce morte del padre, attraverso deformazioni spastiche delle figure, alterazione delle espressioni deformi del volto, rappresentazioni patologiche dell’io malato.

E. Schiele, Autoritratto con la testa inclinata, (1912)

È a questo artista, poco conosciuto in Italia, che mi sono rivolto, per cercare consolazione e ristoro, in quest’epoca cupa che avvolge il mondo intero, al cui cuore, parla con potente saggezza, in questi giorni, Papa Francesco.

La Fede e l’Arte come farmaco e vaccino contro il dilagare di una pandemia che distrugge l’amore degli uni verso gli altri e lacera la coesione sociale, cercando di far prevalere Morte e Dolore.

E. Schiele, Ritratto di Gerti Schiele (1909)

Per Schiele l’Arte era uno specchio dei suoi conflitti interiori e un’espressione della crisi mentale, che molti intellettuali alla fine del secolo attraversarono.

Ad una società, le cui concezioni morali erano contrassegnate da bigottismo e ipocrisia, i nudi di Schiele dovevano per forza dar fastidio per la cruda ed aggressiva nudità che non era presentata in chiave mitologica e storica, ma che serviva ad un’analisi ossessiva del corpo nudo. Ma forse disturbava ancora di più la tecnica di rappresentazione estremamente cruda che toglieva all’osservatore la possibilità di mantenere una certa distanza.

E. Schiele, Ritratto della moglie Edith (1918)

Schiele aveva una visione precisa del ruolo degli artisti, agli inizi di un secolo che annunciava grandi cambiamenti e grandi trasformazioni, proprio come sarà anche questo XXI secolo appena iniziato:

“…gli artisti vivranno in eterno. Io penso che i più grandi pittori dipinsero delle figure…Io dipingo la luce che proviene dai corpi. Anche l’opera d’arte erotica possiede un’aurea sacrale!… Un’unica opera d’arte viva basta per immortalare l’artista…
(Schiele E. – 1911)

Egon Schiele e la moglie Edith Harms

Il pittore viennese ama presentarsi come un profeta e voleva essere strumento artistico che comunica nelle sue opere attraverso una realtà soprannaturale; tratta il proprio corpo con mezzi di espressione presi in prestito da danza, teatro, film muti e spiritismo recitando varie parti.

E. Schiele, Gestante e Morte (1911)

“Artista è soprattutto colui che è dotato spiritualmente, che esprime le vedute di concepibili apparizioni della natura […] gli artisti percepiscono con facilità la tremolante grande luce il calore il respiro degli esseri viventi l’arrivare e lo scomparire […] Sono degli eletti, frutti della madre Terra, gli uomini migliori. Sono facilmente eccitabili e parlano una loro lingua […] La loro lingua è quella degli dei ed essi vivono qui in paradiso. Questo mondo è per loro il paradiso”.
(Schiele E. – 1915)

E. Schiele, Autoritratto (1910)

Contrariamente al suo mentore, Gustav Klimt, Egon Schiele non voleva creare ritratti rappresentativi, ma trasformare il più intimo della persona ritratta verso l’esterno sotto il suo sguardo da dissezione.

Per lui la nudità del corpo umano diventava un simbolo di lotta per la vita, con la sessualità come forza trainante per la Vita e per l’Arte.

E. Schiele, Il Mulino (1916)

Schiele esprimeva la sua religiosità artistica, attraverso scene di martirio che rappresentavano metafore di amore e speranza, dolore e salvezza. Aveva combinato la sua auto-presentazione come profeta e martire, con esposizioni autoerotiche che hanno rotto tutti i tabù sociali del suo tempo. Schiele ha mostrato la sua anima lacerata, ha tolto il superfluo, ha fatto emergere l’angoscia del vivere. Il regime di Schiele è stato un regime “notturno”, rispetto a quello “diurno” di Klimt, un simulacro di morte, rispetto a quello del felice sonno di Gustav.

E. Schiele, I Girasoli (1908)

“Esisto per me e per coloro ai quali la mia sete inestinguibile di libertà dona tutto, ed esisto anche per tutti perché anch’io so di amare, amo tutto, sono il più nobile fra gli spiriti nobili, il più generoso nel restituire. Sono un essere umano, amo la morte e amo la vita”.
(Schiele E. – da Liriche e prose, 1910)

E. Schiele, Madre morta (1910)

Nei numerosi autoritratti, che raffigurano l’artista, in svariate pose e atmosfere, e persino sotto forma di morto, egli riflette, in modo molto pregnante sull’intero quadro delle abitudini socioculturali dei Moderni cittadini viennesi; l’effetto che ne ottiene ha una forza d’impatto dirompente. La società moderna, per la prima volta in quel tempo, si vide messa a confronto con una crisi d’identità, proprio come succede oggi di fronte alla paralisi della società globale di fronte al diffondersi della pandemia.

E. Schiele, La Famiglia (1918)

Ad esempio, nel quadro “L’abbraccio” (Österreichische Galerie,Vienna), nel quale si rappresentano due giovani amanti che si abbracciano, stringendosi appassionatamente, il pittore espressionista conferisce a quel gesto un intenso significato simbolico: la fragilità umana che di fronte alle atrocità si rassegna abbandonandosi teneramente. La tragicità del momento si avverte in ogni piccolo dettaglio. I muscoli tesi del braccio dell’uomo e la mano sinistra della donna sono solo alcuni dei segnali rappresentati dall’artista.

E. Schiele, L’abbraccio (1917)

Tuttavia, proprio nel corso delle celebrazioni del centenario della morte del pittore viennese, che hanno riunito per la prima volte tutte le sue opere nel Belvedere di Vienna è stata messa in evidenza l’ispirazione spirituale dei paesaggi di Egon Schiele.

Il suo “paesaggismo” si manifesta come la quiete dopo la tempesta, l’oasi dopo il deserto, finalmente la calma dopo il tormento. Benché ugualmente eseguito nei tratti salienti del suo stile e benché attraversato dalla presenza di alberi, che proiettano nello spazio libero la ragnatela dei loro lunghi rami, alla stregua delle ben note dita delle mani dell’artista ovunque presenti, il paesaggio in queste immagini si presenta attraversato da una calma sospesa.

E. Schiele, Paesaggio boemo (1910-1911)

“Per lo più sto osservando il movimento fisico di montagne, acqua, alberi e fiori ora. Dappertutto si ricordano movimenti simili nel corpo umano, sensazioni simili di gioia e sofferenza nelle piante (…).”

E. Schiele, Paesaggio collinare (1910-1911)

Si mostra vivace negli accorgimenti delle accoppiate cromatiche e degli incasellamenti di case, con tanto di finestrelle e di bucato steso ad asciugare, il tutto incomparabilmente realizzato, con una precisione da incisore. Gli schizzi di un gruppo di case raggruppate sono serviti a Schiele da riferimento per una serie di scene particolarmente inanimate e morbose. Questo è un paesaggio urbano eternamente notturno privo di abitanti. In effetti, la maggior parte dei paesaggi urbani di Schiele sono privi di persone. Ciò che a lui preme, è evocare espressione e significato dagli edifici e dai caratteri fisici che li collegano. Elementi naturali come montagne, cielo e fiumi servono solo a migliorare l’atmosfera opprimente. In effetti, col passare degli anni, i paesaggi urbani di Schiele, pur essendo ancora privi di figure umane, diventano sempre più premurosi della loro assenza.

E. Schiele, Paesaggio montano, (1905-1906)

E il primo posto spetta, infatti, agli alberi, tracciati nell’estrema e più compiuta eleganza del disegno, alberi che si levano nel vano tentativo di catturare lo spazio circostante. Il pittore viennese, mentre li dipinge, percepisce un desiderio inopinato di altezze irraggiungibili, probabilmente un estremo gioco tra Eros e Thanatos, qui ribadito nell’accostamento ad un paesaggio senza la minima presenza umana. Il paesaggio è oscuro come nelle città nere, è morte, è tristezza che rispecchia lo stato d’animo dell’artista.

E. Schiele, Case sulla Moldava, (1910)

Del resto, l’autunno era la stagione preferita dal giovane pittore viennese; egli dichiarava di amarlo “non soltanto come stagione dell’anno, ma anche come una condizione dell’uomo e delle cose, e delle stesse città”. L’autunno diviene così simbolo della caducità di uomini e cose. Si anima non solo la natura vivente, ma anche quella non vivente. Nelle composizioni di figure come nei paesaggi con alberi o case e, nelle raffigurazioni di città, atmosfere e sentimenti si trasformano in scene visionarie dal significato umano generale, che hanno la capacità di parlare con immediatezza all’osservatore sensibile.

E. Schiele, Krumau Town Crescent I (1915)

Ogni paesaggio, popolato di strade, di alberi e case, veniva percepito nel suo cono d’ombra, “nella sua stilizzazione devitalizzata, colto attraverso uno stato d’animo che neutralizzava ogni variabile esterna”. (Neugebauer R. – 2018) Oggi possiamo dire che Egon Schiele è stato l’unico vero paesaggista della “Secessione viennese”; per lui era importante ciò che si percepiva, lo “sguardo verso l’interno”.

E. Schiele, Krumau Town Crescent III (1918)

In questi “paesaggi dell’anima”, l’artista ha rappresentato radici, alberi, cime di rami fatte di sigle, anello di congiunzione con l’aldilà. Le tinte chiare e scure sono inquietanti, come nei dipinti sul paesaggio della cittadina rurale di Krumau, borgo natale di sua madre, dove il pittore visse insieme a due artisti della “secessione viennese”, Anton Peschka ed Ervin Osen. Krumau viene rappresentata “come una madre sterile, come grembo deserto della storia di un Novecento a venire, un grembo eroso da acque indifferenti poi sempre più indifferenti e fredde”. ( Cresti R. – 2014)

E. Schiele, Paesaggio di Kromau “Città e fiume” (1916)

Schiele realizzò in pittura una proiezione di sé tra la vita e la morte, “come se la Moldava fosse una sorta d’Acheronte che orla l’abitato di Krumau. Come se l’Io-moderno vi giungesse a un culmine epocale e andasse verso una tragica entropia, verso un oscuramento che prosciuga ogni elemento umano, in una sorta di dissipatio humani generis sulla riva bicipite del non-essere o addirittura del nulla”. (Cresti R.2014)

E. Schiele, Due caseggiati con fili della biancheria (1914)

Schiele si rivela un maestro, anche nell’arte di comporre piccole poesie, i cui versi descrivono lo “sguardo interiore” con cui dipinge i suoi quadri:

Tuona il cielo prima della tempesta
colori bruni terra si intervallano
al verde fradicio al rosso sangue
nel nudo bosco piange l’anima
radice tra terra e cielo
lacrime di luce attraversano sottili nuvole
nel cielo il tramonto diventa corpus.
Alberi irti, isolati, pur vicini, esili, alcuni storti e gracili,
imperfetti e spogli pur in tensione verso l’alto.
Alberi che divorano il cielo,
lo perforano o ne sono impacchettati, inglobati.
Uomini sperduti in un bosco che diventa un deserto,
fra ruoli che li smarriscono come azzurri indefiniti e rossi che si sfumano.
Si intravede sotto al quadro, un volto.
La natura che parla e chiama l’uomo a specchiarsi in lei.”
(Schiele E. – Quando le radici della terra toccano il cielo)

E. Schiele, Città sul fiume azzurro (1910)

Egon Schiele morì di spagnola nel 1918, a soli 27 anni di età, pochi giorni dopo la morte della sua adorata moglie Edith, incinta di sei mesi, del loro primo figlio; pochi mesi prima, il suo maestro Gustav Klimt se ne era andato, colpito dalla stessa epidemia. L’instabilità dei nostri tempi anticipa il crepuscolo della civiltà moderna, presentando importanti paralleli con l’epoca di Klimt e Schiele. Oggi però, a due anni dal Centenario della sua morte, la sua arte è ancora di una freschezza assoluta e costituisce un sicuro punto di riferimento nel momento di grande Dolore che viviamo.

E. Schiele, Città Vecchia – Città Morta IV (1912)

Oggi sentiamo il bisogno di rifugiarci in una spiritualità che trascende il presente, quella che ci appare nelle sue allegorie e soprattutto nei suoi straordinari paesaggi, che ci appaiono così freschi e profondi da togliere il fiato; da queste figurazioni possiamo ricevere l’invito di Schiele a viaggiare all’interno dei nostri sogni con i nostri occhi che si aprono su un mondo delle meraviglie, eccitante e talora sconvolgente. E andare avanti, superando il Dolore che ci avvolge e ci circonda.

Articolo di Enrico Falqui