Non sono molti a conoscere il fiume, sono ancora meno quelli che assegnano ai torrenti il compito di spiegare la libertà. Le pozze d’acqua pulita alimentate da cascate bianche di spuma sono state le ‘piscine’ della mia adolescenza; eravamo un buon numero di amici ed amiche: sapevamo usare l’estate per sentirci parte del tutto. I laghi di montagna erano spazi privi di gente, noi li vivevamo scoprendo ogni giorno la bellezza racchiusa in acqua pulita, le trote servivano per la cena serale, mai se ne pescavano più del necessario. La Valtellina era un condensato di logica territoriale, non esisteva ancora il ‘terreno fabbricabile’ immaginato da urbanisti che hanno considerato il costruire sostegno dell’economia, le vera economia costruisce quello che serve, mai l’inutile. […] L’argine di terra inerbita racchiudeva il bosco ripariale, giardino che la natura aveva voluto per decorare le rive del fiume, era spazio curato dai contadini, era spazio vissuto da chi abitava la città, città che aveva tutte le carte in regola per divenire esempio di modernità possibile nella continuità” (Memorie di un architetto di provincia, Giuseppe Galimberti, 2011).

Con queste parole viene tracciato un breve ricordo di come si presentava agli occhi di un giovane la Valtellina, terra d’acqua, di pietra e legno. Un ricordo giovanile di Giuseppe Galimberti, per gli amici “Galimba”, architetto, artista, interprete di una Valle “aspra e dura”, recentemente scomparso. Un ricordo vissuto con nostalgia, probabilmente con amarezza, nel constatare i mutamenti a cui questa terra, la sua Terra, è incorsa nel tempo. Eppure le lezioni che egli ha voluto fornire, frutto di conoscenze ed anni di esperienza (nato nel 1936, ha avuto modo di vivere tutti i cambiamenti sulla sua pelle), non sono mancate. Piuttosto, rimaste inascoltate: un appello alla ragione lanciato nel vento, non afferrato, spesso volontariamente messo da parte.

Galimberti era un architetto, ma la sua indole, il suo modo di progettare aveva una fortissima componente paesaggistica. Quello che lui vedeva non era soltanto l’architettura, il costruito, ma un insieme di componenti che andavano a comporre uno scenario in cui, non ultima, si inseriva l’architettura. Il suo era un pensiero fondamentalmente olistico, uomo, natura, fauna e flora visti come componenti differenti benché interconnesse in un unicum immerso nella continuità del tempo, nel mutamento.

Questo per lui era il paesaggio.“Il paesaggio è racconto della storia dell’uomo. […] è senza senso parlare di paesaggio se non intendiamo questo come risultato della “compenetrazione” di naturalità ed artificio”.

Quello che la sua Valtellina ha vissuto è stata una trasformazione radicale, da luogo del “sapere” e del “fare” uniti in un tutt’uno armonioso, dove la gestione del territorio aveva prodotto i possenti terrazzamenti che ancora oggi dominano il versante retico, i boschi di castagni, larici, abeti, querce, dove i saggi contadini – dotati di quella intelligenza pratica derivata dal conoscere ciò che è il territorio, l’agricoltura, le stagioni, il tempo e il potere dell’acqua, più volte elogiati da Galimberti – raccoglievano i frutti che la natura voleva offrire, coltivando i campi non lontani dagli argini fluviali dell’Adda.

Un territorio ricco, che vive ancora di rendita sul suo nome e la fama dei suoi prodotti, ma che ha impoverito il suo paesaggio affidando la pianificazione a burocrati figli della “società dell’avere”, dove ogni terreno, secondo leggi non ancora del tutto comprese si tramuta in edificabile. Così il fondovalle, da ampio e leggero, con il suo fiume serpeggiante, è diventato l’emblema di quell’industriosità dannosa, un tappeto continuo di capannoni, centri commerciali, poli industriali e d’artigianato, dalla bassa valle passate le sponde di Colico, fino all’alta e al confine con la Svizzera.

Quella di Galimberti era una visione poetica ma estremamente avvinghiata alla realtà avendola vissuta, oltre la guerra, oltre i periodi in cui la povertà dilagava, la terribile alluvione del 1987, attraverso la consacrazione dei suoi vigneti e la stabilità di cui gode questo territorio. Una realtà ben espressa dalle sue parole: “La Valtellina era una valle la cui superficie era stata sagomata dall’uomo per ottenere il necessario a soddisfare la componente materiale e spirituale del suo essere uomo. Sulla tavola le stoviglie di acero chiaro contenevano il salmì di capra o di pecora cotto nella pentola di pietra ollare, il vino rosso serviva a dare un’anima ad un pranzo sontuoso, la vite cresceva nella terra sostenuta da muri di sasso tanto potenti da raccontare l’intelligenza di chi aveva saputo dare senso poetico alla fatica: il paesaggio costruito illustrava ed ancora illustra la grande conoscenza dell’anatomia della montagna e del suo carattere dolce con chi la capisce e duro con chi a lei nega il “canto” dell’acqua che corre”.

Una montagna che è differente in ogni suo punto, da est ad ovest e dal versante retico a quello orobico. La pietra delle Retiche è meno rossastra di quella delle Orobiche, ricche di ferro, e il sole scalda diversamente i due versanti. Le pietra scaldate da un lato producono vini potenti, mentre dall’altro prosperano maggenghi e alpeggi. La pietra è elemento fondante dell’architettura vernacolare della Valtellina, e un tempo la volontà dell’uomo si piegava alla necessità di costruire con ciò che l’ambiente forniva; tetti di ardesia della Valmalenco sul versante retico, oggi imposti per normativa anche su quello orobico costituiscono la volontà di negare il significato all’identità di chi vive – abitandolo – un luogo.

Sul versante orobico i tetti erano un tempo di paglia di segale, accordandosi con il colore rosso dei sassi. Allora la segale si trovava ancora nei campi fino anche a quote di 1600 metri, e la tecnologia evoluta permetterebbe un ritorno a questo tipo di copertura, senza infrangere norme di risparmio energetico. Eppure le costruzioni che si disseminano per la Valle non hanno nulla a che vedere con questo condensato di saggezza contadina e rispetto per il paesaggio. Il genius loci non è materia che interessi all’ “uomo economico”, amico di logiche senza tempo che incentivano la banalità, il risparmio e la sciattezza mentale. Case come cubi, intonaci multicolori in un paesaggio che è fatto di pochi cromatismi soffusi nelle loro sfumature, acciaio che risplende, cromato, uno scacco alla discrezione della pietra.

Il tempo che stiamo vivendo vorrebbe negare alla pietra la sua essenza: consuma la montagna per decorare l’avere. È forse tempo di spiegare ai disattenti che il paesaggio è l’insieme che illustra la civiltà di chi l’ha voluto. La civiltà che ha saputo e sa integrarsi nell’ambiente è immagine che sa raccontare il significato racchiuso nel verbo ‘progredire’. La cima, resa rossastra, da ferro che entra con la sua forza nella casa costruita per accogliere la sua immagine che passa attraverso i vetri puliti: il paesaggio sagoma il carattere di chi l’osserva, ma l’oggi vuole normare il tempo per uomini che non sanno e non vogliono essere parte integrante del paesaggio” (Il paesaggio della pietra – Astrazione della pietra, Giuseppe Galimberti, 2014).

Galimberti nel suo modo di elevare il paesaggio non a mera cartolina, ma a “luogo del vivere e del divenire”, ha posto un interrogativo interessante sul futuro della Valtellina, estendibile anche a numerosi altri luoghi in Italia e nel mondo: come spiegare ai disattenti che il paesaggio è l’insieme che illustra la civiltà di chi l’ha voluto? Un quesito che già racchiude in sé una lezione importante, ossia che “la civiltà che ha saputo e sa integrarsi nell’ambiente è immagine che sa raccontare il significato racchiuso nel verbo ‘progredire’”. Nel suo esplicitare questo insegnamento, Galimberti non ha usato soltanto le parole, ma come ogni buon architetto, sono soprattutto i suoi disegni che parlano per lui; ci ha lasciato un importante archivio di schizzi, progetti, disegni buttati sul foglio in momenti di noia durante le innumerevoli riunioni dell’Ordine con politici, pianificatori, amministratori non più abituati ad avvertire il brivido della bellezza.

Il suo stile è inimitabile, è l’ironia che spesso troviamo in queste immagini è sintomo di un’acutissima riflessione sulla società e sui tempi che viviamo, sul rapporto fra politica e architettura. “L’architettura è politica”, soleva affermare, esacerbando un binomio che, nelle sue componenti separate, spesso non conduce a risultati apprezzabili, ma governati da opportunismi, regole che impediscono all’uomo di rappresentarsi nell’intelligenza. Dalla sua ironia nascono provocazioni atte a scuotere le menti annebbiate.

Si discuteva sul significato della parola Parco. Ascolto le parole di chi pensa che un luogo ben vincolato serva ad illustrare l’estetica del naturale che l’uomo deve soltanto osservare. Non disturbare il divenire del tempo che modella lo spazio seguendo la “sua logica”sembra sia la soluzione per continuare a consumare la vita. Lasciare la testimonianza dell’attenzione all’ambiente è parte integrante della volontà politica che cerca ed ottiene il consenso dei verdi da tavolino. Si sosteneva la necessità di distribuire nel parco delle Orobie Valtellinesi una gran quantità di cestini per i rifiuti per evitare che la ‘maleducazione dei turisti’ incrinasse la magnificenza del luogo. La mia biro interpreta il pensiero della capra che annusa il profumo della lamiera zincata che contiene gli escrementi del nostro civile: lei adora il profumo del tabacco delle cicche di sigarette. Pensa sia da incivili farla faticare ad estrarre queste cicche da quell’oggetto piantato nel bel mezzo del bosco, era tanto comodo raccoglierle sul terreno, le capre ragionano con un sistema diverso dal nostro. Mi annoia a morte la ‘civiltà’ dell’uomo convinto di essere la creatura perfetta, conosco bene le capre e il loro modo di interpretare lo spazio, per loro l’ambiente non deve essere profanato da oggetti che sanno esaltare il consumo, hanno aiutato per anni il pastore che fumava tabacco di prima, per anni esse sono servite ad allevare la prole di donne che avevano poco latte, tra loro e l’uomo esisteva un rapporto di “mutua assistenza” che rendeva il binomio presenza vera per vivere un parco. Il pastore conservava la cicca nel taschino della camicia per render felice le capre del gregge. Forse il civile lo potremmo imparare da chi vive senza cestini di lamiera zincata”.

Un’altra sottile perla ironica riguardava la pianificazione delle “città lineari” del fondovalle, conseguenza secondo gli amministratori di evidenti parametri obbligati, resa ridicola dall’altrettanto assurda – ma realisticamente assurda, conforme ai dettami – proposta di allevare ippopotami alpini nel fiume Adda: “Si parlava dei risultati ottenuti dalla pianificazione della valle. Io mi annoio quando ascolto il consigliere che asserisce che la città lineare di fondovalle è la città ineluttabile. Sul foglio di carta disegno l’ammaestratore di galli giganti, la poltrona su cui sta seduto è certificata. Il mio progetto territoriale assegna all’edilizia valore pari allo zero, il mio progetto chiede all’ambiente la forma architettonica a lui congeniale. Un centro sperimentale per l’acclimatazione di ippopotami da carne è una proposta progettuale seria, il fiume è forse un po’ freddo per il loro metabolismo ma la sperimentazione potrebbe ottenere ippopotami alpini di grande resa. Sulle confezioni di carne esposte nei banchi del supermercato farà bella mostra di sé il marchio di qualità. Mi diverte prendere in giro chi ha la faccia seria e convinta quando asserisce che era ed è inevitabile in democrazia accettare le richieste della massa, gli architetti che seguono questa teoria sono senz’altro in malafede, sono loro che hanno voluto la “città che non si poteva evitare” (ineluttabile ha questo significato). Con molti soldi e faccia tosta potremmo convincere la massa che l’ippopotamo alpino non solo è possibile ma necessario all’economia alpina, i costruttori sarebbero felici di costruire centinaia di strutture sperimentali per ippopotami da carne. Sul fiume fra un secolo avremmo i ruderi di queste “architetture” nate per servire la stupidità, sulla statale trentotto sono allineate le opere di edilizia che la nostra modernità ha scelto per rappresentarsi, fra un secolo esse saranno ruderi senza il “sapore” che l’ironia aveva inserito dentro la forma delle strutture fluviali”.

O ancora, riflettendo sull’assurdità delle forme urbane volute dai pianificatori, schiavi spesso dell’inutilità della “forma alla moda”, Galimberti si chiede il motivo della mancanza di viali alberati quando il sole di luglio rende rovente l’asfalto, o sulla presenza in facciata di telai di cemento armato con caratteristiche del passato ma rivestiti con croste dell’oggi; l’architetto compie dunque caricature di quelle che dovrebbero essere le città? Il compito del caricaturista sarebbe quello di evidenziare i difetti, ponendoli sotto la lente d’ingrandimento per renderli visibili. Ma è quello che davvero vuole l’architetto? Da questo pensiero nasce un bizzarro progetto, sempre provocatorio: “Ascoltando gli oratori ad uno dei tanti convegni sul turismo, pensavo ad un viale di vasi firmati, quasi viale di sfingi, come realizzazione necessaria in una città di provincia a cui sfugge da sempre il privilegio di essere in un luogo magnifico. Ai cavapietre locali avrei chiesto di produrre questi vasi da cesso in formato gigante posti su piedistalli di vetro. Visti dal sotto in su la pietra verde, grigia, rossa o nera sagomata e lucidata a specchio dalla macchina a controllo numerico, sarebbe servita a mostrare la professionalità di chi sa tutto sulla pietra, la forma priva di spigoli, il bordo sagomato a modanatura si sarebbero rifratti nel vetro illuminato la notte con l’energia prodotta da una valle di pietra e di acqua. Viale per collegare la periferia del dopoguerra al fiume Adda, l’impatto col bosco golenale avrebbe forse spiegato alla gente la magnificenza di un luogo in cui la vita potrebbe essere migliore. Sondrio avrebbe richiamato visitatori curiosi di vedere il viale di water in pietra, forse si sarebbero accorti del paesaggio fluviale che sa raccontare il logico della natura, si sarebbe evidenziata la falsa cultura di chi divide anziché unire i saperi, paesaggio, urbanistica, architettura, disegno industriale e, se vogliamo, conservazione sono parte inscindibili del nostro mestiere”.

Ovviamente non solo progetti atti a stimolare attraverso punzecchiature intellettuali il ragionamento, ma anche sogni che non verranno mai realizzati, opere legate alla terra, all’acqua, progetti che legano, come da sempre suo desiderio e volontà il paesaggio, l’architettura e l’uomo: “È uno schizzo di un padiglione di legno con cimasa in ferro battuto. Era una presenza da porre ad ogni sbocco di valle sul sentiero Valtellina da me pensato come recupero dei vecchi percorsi lungo il fiume, erano percorsi più volte usati quando il cavallo era per me elemento significativo nel progetto territoriale, avevo scoperto le sue potenzialità nell’aiutare l’uomo, la mia idea di moderno non ha mai escluso lo studio del positivo del passato a volte più eccitante della modernità non capita. L’anima di un progetto territoriale era per me racchiusa nel fiume e nei suoi affluenti che scendevano dalle cime fino al piano interpretando l’unità necessaria per inventare il nuovo sulle basi solide del positivo di quello che è stato. Ogni padiglione avrebbe avuto al suo interno la sintesi di ciò che la valle laterale sapeva produrre, dal pezzotto d’Arigna al ferro battuto di Piateda, dal formaggio Bitto allo Sfursat, dalla trota affumicata al temolo in burro e salvia, dalle copie perfette degli affreschi di chiese e palazzi, dalle ciotole in acero annerite dal fumo quasi l’acero fosse divenuto bucchero etrusco, dai canti popolari alle poesie di Quasimodo si dipanava lungo il fiume la storia di una valle che aveva conosciuto i Longobardi con i loro recinti per cavalli (stodegarda), che aveva conosciuto bene i Lanzichenecchi e le loro ossa deposte nell’ossario di San Salvatore, antica chiesa paleocristiana che sa raccontare agli attenti la continuità, dall’uomo selvadego della val Gerola alla pace dorata di Chiavenna, dal magnifico golf di lana di pecore allevate da pastori laureati avremmo presentato ai visitatori una civiltà raffinata da prendere ad esempio: non abbiamo creduto possibile questa realtà più moderna di quella proposta dagli architetti”.

Il “Galimba” incarnava quella tipologia di architetto / paesaggista che è consapevole innanzitutto del luogo in cui progetta, che comprende pienamente il significato di genius loci, territorio, memoria storica. Un architetto la cui voce è rimasta inascoltata il più delle volte, ma che con la sua passione ha saputo insegnare a coloro che hanno voluto apprendere la sua lezione. Una comprensione del passato per comprendere l’avvenire, lo sguardo rivolto alle cose semplici, dotate di quella bellezza che l’uomo moderno non avverte più. Quella bellezza che ci fa alzare gli occhi, alle cime delle montagne, ai boschi, alle valli, ad ogni luogo che abitiamo. Perché abitare significa “essere in simbiosi con il luogo che stiamo vivendo, ma oggigiorno lo si sta dimenticando”.

Articolo di Gaël Glaudel, disegni e progetti di Giuseppe Galimberti