Quando, alcuni anni fa (2012), lessi “La fine della città”, una lunga intervista di Francesco Erbani a Leonardo Benevolo, uno dei padri dell’urbanistica italiana, fui colpito dallo spietato giudizio che egli dette sullo stato della disciplina, quasi che, questo suo “testamento”, avesse l’obiettivo di costringere gli architetti-urbanisti italiani ad una civile “reazione”. “Oggi in Italia, l’urbanistica è un’attività screditata, considerata con fastidio preferibilmente accantonata. Nella vita privata dei cittadini italiani compare quasi solo come un ostacolo sgradito, da eludere o eliminare; dovunque se ne parla malvolentieri e il meno possibile.(..)Oggi gli atti urbanistici sono diventati enormi pacchi di carte, inconsultabili ed ermetici. La corrispondenza tra gli atti e le trasformazioni reali è difficile o impossibile da accertare. Governanti e governati, per diversi motivi, condividono il desiderio di trascurare, o fare semplicemente a meno di questa disciplina.”

Niente di tutto questo accadde, nonostante che quasi tutti gli urbanisti italiani ne fossero coinvolti, a vario titolo. Viene da chiedersi: come è stato possibile che nello stesso spazio di vita dei padri fondatori dell’Urbanistica italiana, i vari Astengo, Piccinato, Quaroni, Secchi, lo stato della disciplina si riducesse in queste condizioni? Quali sono state le cause di questo scempio culturale che ha avuto anche effetti devastanti sulla qualità dello spazio urbano e del territorio?

Leonardo Benevolo

Eppure l’Urbanistica italiana aveva suscitato grandi attese proprio nel periodo di avvio della ricostruzione post-bellica del nostro Paese da cui avrebbe tratto impulso il cosiddetto “boom” economico italiano. Ad esempio,  lo stesso Piccinato, già nel 1947, aveva un’idea molto chiara di quale dovesse essere la “missione” dell’Urbanista: “l’Urbanistica è quella disciplina che deve dare risposta a numerosi problemi entro un quadro unitario che tenga conto della necessità e della bellezza, «risolvendo nella bellezza ogni problema della necessità». “Non è già una scienza, ma … premessa la ‘conoscenza’, è frutto di intuizione, nel senso crociano, più vicina insomma all’Arte che alla Scienza.”

Leonardo Benevolo, Masterplan per Venezia

Giovanni Astengo, nel primo numero della rivista “Urbanistica”, uscito nel 1949, enunciava le due parole d’ordine per svolgere tale missione, “chiarezza e metodo scientifico”. Ludovico Quaroni, appena conclusa la collaborazione con Adriano Olivetti, per la redazione del Piano di Ivrea (1952), rendeva esplicita la convinzione,secondo la quale: “ l’Urbanista deve spendere le migliori energie e concentrarsi nel compito di disegnare la città, mettendo da parte sia le ossessioni stilistiche degli architetti, sia i tormenti ideologici della Pianificazione”. Bernardo Secchi, già all’inizio della fase di ricostruzione in Italia, metteva in guardia i futuri architetti-urbanisti sul fatto che “L’Urbanistica pur occupandosi delle trasformazioni del territorio,dei soggetti che le promuovono e degli esiti che ne conseguono, non è tanto un insieme di opere, progetti, opere, bensì le tracce di un vasto insieme di pratiche”. Qualche anno dopo, Secchi aggiungeva: “Non è nella Città che bisogna cercare le figure dell’Urbanistica , bensì nel Giardino. Il Giardino è sempre stato la metafora della Città e della Società. Spazio interamente progettato, il Giardino intrattiene legami profondi con i caratteri del luogo. Nel giardino di Versailles viene progettata una città in forma di giardino, adottando il dispositivo prospettico per raggiungere l’infinito. Nel giardino decadente, invece, si ritrova la città contemporanea.”

Ludovico Quaroni

Dunque, vi è stato un periodo intorno all’inizio degli anni 60, in cui la riforma urbanistica era al centro del dibattito culturale e politico italiano. Erano passati vent’anni dalla promulgazione della legge urbanistica nazionale( n°1150,1942), la cui applicazione non potè avvenire, a causa dei danni provocati dalla guerra nella quale furono distrutti più di tre milioni di vani, un terzo della rete stradale e tre quarti di quella ferroviaria. Allo scopo di fare presto ( oggi diremmo, a causa di quella drammatica emergenza) fu varata la legge sui Piani di ricostruzione. Fiorentino Sullo, ministro democristiano ai Lavori Pubblici, si era accorto delle distorsioni costruttive e delle speculazioni edilizie che erano dilagate nel Paese, a seguito della motivata necessità di far presto nell’azione di ricostruzione del Paese. Era necessaria una legge urbanistica, ma da approvare in tempi brevi perché l’Italia potesse superare il difficile periodo di transizione. Non bisognava ripetere gli errori del passato quando si era discusso troppo a lungo, per anni ed anni, per poi approvare una legge come quella dei “patti agrari”, in una realtà ormai superata dai tempi per le profonde trasformazioni nel frattempo avvenute nel mondo agricolo.

Ludovico Quaroni, schizzo a china e matita

Nel 1962 il Ministro Sullo formò una Commissione per la redazione di una proposta di legge di riforma urbanistica, chiamando a farne parte i prof.ri Astengo, Piccinato, Samonà, Ardigò, Compagna, Guarino, Benvenuto e Giannini.

Giovanni Astengo

Il progetto di legge, da loro immaginato, stabiliva che l’indirizzo e il coordinamento della pianificazione urbanistica dovessero attuarsi nel quadro della programmazione economica nazionale ed in riferimento agli obiettivi fissati da questa. In seguito alla stesura dei piani particolareggiati, il Comune avrebbe dovuto provvedere all’esproprio di tutte le aree rese edificabili dal Piano, provvedere alla realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria cedendo attraverso un’asta pubblica, il diritto di superficie sulle aree destinate ad edilizia residenziale, che restavano di proprietà del Comune. Secondo lo schema della riforma del Ministro dei Lavori Pubblici Sullo, restavano di proprietà privata soltanto una parte delle aree edificate, mentre gran parte di esse, edificate o edificabili, diventavano gradualmente di proprietà dei Comuni, che cedevano ai privati il diritto di superficie per le utilizzazioni previste dai piani. Il boom di sviluppo e la ricostruzione avevano generato un vero e proprio capovolgimento economico, una transizione da un sistema agricolo ad un sistema industriale in continua espansione; ma anche geografico, al centro di un grandissimo flusso migratorio interno, dai caratteri patologici, che dalle campagne, soprattutto quelle del Mezzogiorno, guardava alle città del Nord Italia e ai loro poli industriali.

Bernardo Secchi

Tali avvenimenti, oltre a trovare impreparati i governanti dell’epoca, generarono il dilemma di una nuova legge urbanistica che ben si adattasse alle sopraggiunte esigenze abitative e che evitasse il dilagare della già incombente speculazione edilizia. Ma il progetto di Fiorentino Sullo naufragò, sotto l’onda di una campagna di discredito e di “fango mediatico” che si riversò su di lui, portando alla crisi del governo di cui faceva parte.

Non potendo varare un’organica  “Riforma urbanistica” che sostituisse la vecchia legge del 1942, si optò per una “legge ponte”, varata nel 1967, un simbolico ponte tra la situazione attuale e la normativa urbanistica futura, con il compito di limitare le possibilità di edificazione nei Comuni sprovvisti di strumenti urbanistici(che erano la grande maggioranza) e di incentivare la formazione dei Piani, anche con la previsione dell’intervento sostitutivo degli organi dello Stato in caso di inerzia dei Comuni. Poi vennero  gli “ standards urbanistici”(DM 1444, 1968) e la legge 865 (1971) con l’istituzione del CER (Comitato per l’Edilizia Residenziale e dell’IACP (Istituto autonomo delle Case Popolari), la legge 478 sul recupero del patrimonio edilizio e, infine, la legge 10 ( Bucalossi, 1977) sul regime dei suoli che prevedeva la   sostituzione della licenza edilizia con la concessione edilizia onerosa e l’introduzione del programma pluriennale di attuazione dei Piani urbanistici che regola l’esigenza di governare nel tempo l’attuazione delle previsioni dei Piani regolatori.

Con l’entrata in attività effettiva delle Regioni (1975),trent’anni dopo il loro avvento previsto dalla Costituzione, cessò ogni attenzione verso la riforma organica di una legge urbanistica pensata e promulgata durante la fase di degenerazione del sistema fascista in Italia. La difesa intransigente della legge 1150/42 che ha visto la luce in un’altra epoca e in un altro regime, integrata nei decenni successivi da una miriade di leggi e piani che si erano sovrapposti senza intaccare minimamente nè i valori immobiliari nè la difesa delle risorse naturali, architettoniche e paesaggistiche, risulta, ancora oggi, davvero difficile da capire.

Il paesaggio deturpato, la diffusione insediativa, il consumo di suolo, la carenza di infrastrutture delle reti urbane dall’acqua alle fognature fino alla drammatica situazione del trasporto pubblico sono stati il risultato di questo strumento e delle politiche che questo strumento ha consentito. Ecco, dunque, una delle cause strutturali del progressivo declino dell’Urbanistica, il cui ruolo strategico, delineato da Giovanni Astengo dopo il Piano di Assisi, scomparve progressivamente dall’immaginario pubblico.

Giovanni Astengo, Piano Regolatore Generale di Assisi, 1955-1966

Alla fine degli anni 70, definitivamente affossate le utopie rivoluzionarie sul destino della città “capitalista”, il terreno era ormai dissodato per l’avvento di un duplice e convergente fenomeno di svendita dello spazio pubblico nella città e di dilatazione della crescita urbana e infrastrutturale.

Bernardo Secchi, Piano Regolatore Particolareggiato, Siena

La città contemporanea si conformava  come “un macrocosmo” di villette, capannoni, centri commerciali, palazzine, box, officine, espressione di piccoli frammenti della nostra società (la famiglia, la piccola impresa, l’azienda, volutamente isolati dallo spazio pubblico e indifferenti alle sue regole. Questo “macrocosmo urbano”  venne effettivamente costruita dai privati e in qualche modo determinata dalle loro possibilità economiche in relazione ai propri bisogni, dalla localizzazione diffusa e non concentrata delle loro proprietà e dal livello della loro personale cultura architettonica.

Bernardo Secchi, Riqualificazione dell’infrastruttura fluviale Ripoli a Barcellona

Ciò che Stefano Boeri ha definito con il termine “ Anti-Città, altro non è che  il risultato di una società antropologicamente strutturata dalla proprietà privata, cosa che nega all’origine l’esistenza di una “regola pubblica” dello spazio costruito. Il sistema politico, anziché svolgere un ruolo di controllo in funzione dei bisogni della collettività, convinto dell’impossibilità di riformare la legge urbanistica del 1942, si lasciò cullare dall’ideologia dell’urbanistica contrattata, utilizzando in modo effimero i poteri derivanti dal decentramento Stato-Regioni, entrato a regime agli inizi degli anni 80.

Bernardo Secchi e Paola Viganò, Parigi, Piano per la città porosa

L’Anti-Città si è così sviluppata e consolidata nei successivi venti anni in tutto il territorio delle medio-grandi città italiane, creando una città diffusa e spontanea (cioè priva di concetto) nonostante risulti, per lo più, edificata nel rispetto delle regole urbanistiche, perché risponde alla miserevole visione dello spazio urbano come  mercato dei suoli, delle costruzioni e dei favori politici. Questo ininterrotto mercimonio, giustificato dalla contrattazione tra Sindaci e Privati, ha alla fine “contaminato” quelle discipline che del Territorio, della Città e dei suoi rapporti con i bisogni umani (reali), avrebbero dovuto occuparsi. In molti Urbanisti di quel ventennio, racconta Paola Bonora, geografa dell’ Università di Bologna, “ha prevalso un senso di disincanto malizioso e compiaciuto.”

Firenze, Pianta della Catena

E aggiunge: “L’ espansione edilizia viene descritta con rassegnazione e disinteresse: ma raramente le mille etichette per raccontare ciò che accade si accompagnano a una seria denuncia degli effetti devastanti del consumo di suolo e a una coerente proposta politica. Nelle facoltà di Architettura c’ è stato un ritorno alla tecnica e poca attenzione ai contesti territoriali in cui vengono calati gli interventi. Da tempo ci si è invaghiti della crescita illimitata: e l’ ubriacatura continua.” Non è meno pungente il giudizio del giornalista Francesco Urbani,curatore del libro “La fine della Città”: “Forse più che sperare nell’anima degli urbanisti bisognerebbe chiedersi se i cittadini siano consapevoli che l’urbanistica ne abbia una, cioè considerino  la disciplina delle destinazioni funzionali qualcosa di utile alla convivenza civile perché favorisce la composizione degli interessi particolari con quelli della collettività.  Impresa difficile se il ruolo dell’urbanistica rimane quello di stabilire formule con le quali regolare i rapporti con i portatori d’interessi in nome della capacità della disciplina di rappresentare il bene comune. Non si capisce perché la cittadinanza dovrebbe vedere i propri interessi rappresentati dal rapporto tra i metri quadri costruiti sui metri quadri di suolo occupato dalle costruzioni, cioè quella formula con la quale in urbanistica si designa l’indice di edificabilità  e dietro la quale si celano complicati ragionamenti tra la disponibilità di suolo da edificare e la possibilità che in esso si insedino abitazioni, uffici, attività produttive, servizi e spazi ad uso pubblico. A meno che non si pensi che in fondo l’unica interlocuzione che conta sia quella con i rappresentanti della cittadinanza, cioè con la politica che ha spesso usato l’urbanistica come tecnica di esercizio del potere piuttosto che come strumento di governo democraticamente legittimato.”

Così che, entrato in crisi il modello di crescita illimitata della città, in conseguenza dei limiti della crescita economica avvertiti attraverso le grandi modificazioni climatiche, la cui responsabilità per il 75% ha sede nelle città, la strada sembra obbligata.

Recupero del patrimonio edilizio, riuso delle aree dismesse, riconversione delle infrastrutture e rigenerazione urbana sono l’unica prospettiva per rispondere ai bisogni di qualità dello spazio e dei servizi, alla salute e alla sicurezza dei cittadini. Può una legge varata nel 1942 assicurare queste nuove prospettive? No, ma ancora una volta il mondo dell’architettura e degli urbanisti e quello non professionale delle Facoltà d’Architettura, tace senza capire l’irreversibile danno che si trasferisce alle giovani generazioni di studiosi che hanno scelto la stessa professione dei loro padri.

Articolo di Enrico Falqui