Caro Sindaco,

io a Firenze mi trovo bene. Sono arrivato qui nel 2002 in occasione di un evento, l’International Social Forum, cui teneva molto il mio progenitore, Jean Michel Folon, un ardente difensore dei diritti umani e della solidarietà tra i popoli.
Mio padre mi ha reso famoso vestendomi con un lunghissimo cappotto, che mette in evidenza la bronzea struttura del mio corpo, e con un cappello in testa che mi protegge dalla pioggia e dal sole.

Io rappresento un signore immaginario di mezz’età ( forse un commesso viaggiatore, forse un uomo d’affari) ma non sono un Uomo Qualunque.
Io incarno il sogno o meglio l’idealizzazione di quell’Uomo planetario che un vostro concittadino, Ernesto Balducci, progettò per invocare un’Etica sociale aperta alle diverse culture, ai diversi linguaggi, alle diverse religioni che compongono questa nostra Umanità.

Mi chiamano “ omino” perché all’apparenza non ho slanci, non ho un carattere ben preciso, non ho la forza di elevarmi e, nella mia inconsistenza emotiva, risiede il segreto della mia “leggerezza”.

Io assaporo la vita qui a Firenze e l’ambiente che mi circonda senza farmi tante domande; mi piace fermarmi nei luoghi dove risplende la bellezza, come il Giardino delle Rose o nei luoghi che sono anonimi, come questo dove mi trovo, respirando tranquillamente, oppure camminando, ma senza frenesia.

Ad esempio, in questa rotonda che circonda il mio spazio di sosta, in prossimità di un grande teatro e di un grande parco pubblico, assaporo la brezza che increspa la superficie del fiume Arno; voglio dirti che hai scelto il posto migliore e che non avrei potuto desiderare di meglio.
Ho sentito che ti hanno rivolto tante critiche perché hai scelto per me questo luogo di sosta e, in passato, so che hai organizzato addirittura un referendum per chiedere ai fiorentini dove volevano che io andassi.
Nessuno lo ha chiesto a me e neppure a mio padre, perché, lui, nel frattempo, purtroppo era morto.

Ecco, io voglio dirti che l’Omino è felicissimo e qui sta nel posto giusto. Certo, ogni tanto qualche automobilista un po’ alticcio mi viene addosso e rischia di uccidermi. Forse varrebbe la pena che ti dicessi che mio padre dall’alto dei cieli mi protegge e che mi ha suggerito di dirti che restringendo la carreggiata del Viale Enrico De Nicola, qualche decina di metri prima della rotonda, aggiungendo un attraversamento pedonale con cellula fotoelettrica che scatta al rosso, al momento che a 100 metri di distanza si profila un auto in arrivo, forse, diventerebbero inutili anche la protezioni che hai fatto innalzare intorno alla rotonda.

Tuttavia, quel che mi preme di più far sapere, è quali sono le ragioni della mia soddisfazione.
Mi trovo nel mezzo della “Porta Sud “ di Firenze e porgo i miei omaggi a tutti coloro che passano di qui, non importa se abitanti o visitatori di questa straordinaria città. La mia immagine evoca semplicità, bontà e pace, perché mio padre credeva nei valori dell’uguaglianza, del rispetto della diversità, della forza della libertà di ogni individuo. E Dio sa quanto ci sia bisogno di questi valori, oggi, per affrontare il futuro.
L’acqua che cade incessantemente sul mio ombrello è una delle materie più impalpabili ed eteree che Dio abbia creato; vuole ricordare alle persone che passano di qui, che essa è la fonte di vita per tutti gli esseri viventi e non viventi che rendono meraviglioso il nostro Pianeta.

Oggi, però, a causa dei grandi cambiamenti climatici prodotti dalle attività umane, l’acqua può divenire fonte di distruzione irreversibile per la vita delle nostre Comunità. Firenze lo sa bene e io, osservando l’Arno, ho imparato a conoscerne le sue abitudini e a temerne la sua forza distruttrice. L’acqua può svolgere un ruolo distruttivo anche quando viene a mancare come sanno tutti quei popoli più svantaggiati dallo sviluppo dei Paesi occidentali, che vennero con me a Firenze circa venti anni fa.
Ecco, io sono qui per ricordare tutto questo ai tantissimi abitanti e visitatori che passano da queste parti. Ma la mia felicità più grande è stata quella di scoprire che io sono diventato, con il passare degli anni, una sorgente di identità e di riconoscimento per tutti gli abitanti di Firenze.

Un omino qualunque ha avuto la forza di ridare identità ad un luogo anonimo. Mi fanno sentire importante anche se io non voglio esserlo e sono sicuro che quando ci saranno giardini più belli intorno a me e lungo la passeggiata sull’Arno, che arriva fino al vecchio mulino di Rovezzano, questo luogo diventerà un piacevole spazio pubblico per tutta la collettività. La città moderna come super-segno che ingloba tutto non piaceva a mio padre e io sono stato creato per rappresentare la fragilità dell’Uomo moderno, vittima dello spaesamento all’interno della città metropoli.
Ecco, caro Sindaco, io sono felice di vivere in questo luogo,orgoglioso del bene e del riconoscimento che i cittadini di Firenze hanno dimostrato nei miei confronti. Anche mio padre ne sarebbe orgoglioso; un Omino al servizio della Comunità fiorentina e di tutti gli individui che, venendo a Firenze, ne apprezzano la sua straordinaria Bellezza.

Articolo di Enrico Falqui