Quando una città è ridotta in macerie dai bombardamenti di una guerra, l’orrore per i tanti civili morti, per i lutti che devastano le famiglie, per la barbarie che colpisce la popolazione più indifesa, donne, bambini e vecchi, indurisce l’animo nella disperazione e invoca la Forza divina.

Proviamo orrore per le tante città distrutte, oggi, in paesi vicini o lontani a noi, ma la nostra percezione di quelle realtà è destinata a durare il breve tempo di vita di ogni notizia mediatica.  

Questo desiderio ostinato non è mai domo, qualunque sia il luogo dove essi sono fuggiti per sopravvivere. A volte, questo desiderio è così lancinante che cerca di esprimersi attraverso la musica, come accadde a Napoli nel 1945, quando il musicista Alberto Barberis e il paroliere Michele Galdieri composero “ Munasterio ‘e Santa Chiara”. Nei versi di quella canzone, un emigrante dà voce al suo desiderio di tornare a Napoli, contrastato però dal timore di trovare una città distrutta dalla guerra. Il Paesaggio di rovine e di distruzioni arrecato dai bombardamenti che colpirono la città, divenne l’ispirazione artistica per una canzone che interpretò fedelmente il comune sentire del popolo italiano, alla fine del conflitto mondiale. Il Monastero di S. Chiara , distrutto dai bombardamenti, diventò così simbolo dell’angoscia di Napoli e di tutto il Paese, alla vigilia delle ricostruzione e assunse un “ valore universale”.


Napoli, Santa Chiara bombardata.

Nella percezione che noi abbiamo, non trova spazio l’emozione “durevole” di quelle immani tragedie; non riusciamo a immaginare che quelle popolazioni, insieme alle vite umane, hanno perso la speranza di vivere una vita normale e, per questo, hanno spinto milioni di esseri umani a fuggire il più lontano possibile dai loro luoghi nativi per garantire la sopravvivenza ai loro cari. E, tuttavia, la Luce divina non si spegne tra queste popolazioni disperate e, nei loro cuori, vive il desiderio di ri-tornare nei luoghi dove esse hanno le loro radici.

La paura vera di quell’emigrante era che la devastazione lasciata dai bombardamenti non fosse solo quella delle strade, dei palazzi, ma anche quella dei costumi, del “core”, motivo centrale della canzone, di cui l’autore testimoniò qui la fine. Per questi motivi, “ Munasterio ‘e Santa Chiara, divenne, negli anni della ricostruzione dell’Italia, una sorta di inno nazionale che rispecchiava perfettamente i sentimenti di un popolo che, di fronte ad un paesaggio di rovine, si ritrovava ad affrontare con angoscia un mondo completamente cambiato nel quale, molti, non si riconoscevano più.

Monastero di Santa Chiara. Via:
Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione – Ministero dell’Interno
Chiostro del Monastero di Santa Chiara, Napoli. Foto: Enrico Falqui

Salendo dal Porto per l’erta che conduce al complesso monumentale di Santa Chiara, su cui si affacciano gli altissimi muri del Monastero, se fate lo sforzo di ricordare i versi della celebre canzone napoletana, il Paesaggio che ti circonda, a quasi settantacinque anni dalla fine della guerra, ti fa immaginare che la “paura di tornare” a Napoli, oggi, può essere intesa molto diversamente dal significato che aveva allora.

La paura del Futuro, che lascia sul terreno le “ macerie” del Novecento, produce una disperazione diversa da quella provata davanti alle macerie della città e della Chiesa divenuta simbolo nazionale delle distruzioni belliche. E’ una paura diversa, ma che, ciò nonostante,  produce lo stesso desiderio di protezione, di certezze morali da rinnovare, di ruoli produttivi da svolgere nella società, che, se insoddisafatte, possono produrre i Demoni dell’Odio e della Discriminazione.

Maiolica al Monastero di Santa Chiara. Foto: Enrico Falqui

Dettaglio di maiolica al Monastero di Santa Chiara. Foto: Enrico Falqui

Il Chiostro di Santa Chiara, che insieme al Coro delle Clarisse, sono stati gli unici corpi monumentali  salvati dalla distruzione dei bombardamenti del 1943, rifulgono, ancora oggi, della Bellezza delle maioliche  settecentesche, in stile barocco,  di Giuseppe e Donato Massa e degli stupefacenti affreschi seicenteschi su Santi, Allegorie e Scene dell’Antico Testamento.

L’emigrante di quella canzone era stato accolto in Argentina e li aveva trovato un lavoro;  oggi, però, i figli dei suoi nipoti vivono a Spaccanapoli, forse si indignano per i barconi pieni di genti disperate che approdano sulle nostre coste. Soltanto Giotto e i suoi mirabili affreschi della Chiesa di Santa Chiara non sono più ritornati e pochi ricordano il patrimonio artistico che in quella guerra abbiamo perduto.

Enrico Falqui