Quale futuro?

Se si accetta il luogo comune che l’agricoltura possa essere una soluzione che preservi l’ambiente naturale evitandone un uso improprio, si rischia di cadere in una visione romantica e acritica.  Il carattere agricolo dei litorali del mediterraneo è sopravvissuto ai tempi e ai cambiamenti sapendo assorbire e modificare i propri ritmi e metodi con processi di industrializzazione della produzione ortofrutticola. Visivamente questo fenomeno è riconoscibile nella costruzione, a partire dagli anni Sessanta, di molte strutture dedicate alla produzione agricola indoor, grazie alla diffusione su larga scala dei materiali plastici, alle caratteristiche climatiche favorevoli e beneficiando dell’effetto di mitigazione del mare.

Nella seconda metà del Novecento, pochi sono stati i paesi mediterranei rimasti esclusi da questo fenomeno, infatti, in scala maggiore o minore e con differenti densità produttive, è possibile ritrovare serre lungo i litorali egiziani, israeliani, turchi, marocchini e, in Italia, in particolare nei comparti produttivi di Vittoria in Sicilia e dell’Agro Pontino in Lazio dove si sono sviluppati i due mercati ortofrutticoli più importanti della penisola, quello di Fondi e di Vittoria.

La fascia dunale, tra passato e presente produttivo – © Beatrice Agulli

Tralasciando le questioni etico-morali sulla bontà della produzione indoor rispetto alla visione più pura dell’agricoltura tradizionale, la serricoltura è un fenomeno che non può essere sottovalutato. Le superfici dedicate a queste pratiche sono in continuo aumento e il processo non sembra destinato a fermarsi, tantomeno a retrocedere. La sicurezza della produzione non minata da eventi meteorologici disastrosi – sempre più frequenti –, la necessità di aumentare l’efficienza produttiva in rapporto alla superficie occupata e la razionalizzazione controllata delle risorse idriche sono una soluzione sicura per far fronte alla crescente domanda di un pianeta che continua a richiedere cibo in quantità sempre maggiori.

Ciononostante, il proliferare spontaneo e incontrollato di complessi pseudo-industriali agricoli diffusi rischia di colonizzare lo spazio, monopolizzandolo e massimizzandone l’uso, fintanto da renderlo irriconoscibile e negandone gli aspetti paesaggistici fondamentali. Luoghi dove le possibilità di fruizione – e con esso i vari aspetti ecologici, percettivi e visivi – sono ridotte al minimo necessario per il funzionamento meccanico del comparto. Aspetto valido tanto per il personale impiegato lavorativamente, quanto per tutti coloro che lo attraversano per raggiungere spiagge e località turistiche, ormai considerabili interstiziali. 


Attraversando il comparto – © Beatrice Agulli

Quindi, un approfondimento critico – non pregiudiziale o schierato – è più che mai necessario per costruire connubi, compromessi, coesistenze e reciproci vantaggi tra economia e paesaggio. Risulta fondamentale permettere al progetto di paesaggio di prendere parte e guidare questi territori in trasformazioni verso modelli produttivi sostenibili per il territorio. Strade concrete sono quelle che mirano all’ottimizzazione delle attività produttive del comparto, focalizzando le risorse e gli investimenti sull’ingegnerizzazione delle strutture e sulla densità produttiva, liberando spazi per aumentare la permeabilità e definire corridoi di naturalità e limitando l’avanzamento verso le spiagge. Diversamente, un’altra opportunità è data dai modelli di produttività dilatata, basati sulla multifunzionalità del comparto dove l’attività agricola è solo una delle fonti di reddito del territorio, in equilibrio con un sistema paesaggistico e culturale più ampio, in grado di qualificare le produzioni di nicchia. Verso una visione sostenibile – nelle diverse accezioni del termine – e accogliente che non mini la natura produttiva di questi paesaggi di confine, ma ne esalti la bellezza e le peculiarità.

I datterini di Pachino – © Beatrice Agulli

Litorali produttivi – © Beatrice Agulli

Articolo di Beatrice Agulli