Charles-Edouard Jeanneret, meglio conosciuto come Le Corbusier, non fu propriamente un paesaggista, e per questo viene ricordato da tutti per le sue innovazioni in campo prettamente architettonico e le sue opere ancor’oggi sono emblema della modernità. Ma è possibile comunque riscontrare nel suo pensiero alcune declinazioni verso il progetto di giardini, sempre associato all’edificio. Le Corbusier venne influenzato all’inizio del secolo dal Cubismo, tant’è che le sue dimore vennero costruite per essere osservate dal visitatore da ogni angolo, proprio come il Cubismo teorizzò per l’opera d’arte visiva. Insieme agli altri grandi personaggi dell’epoca (Behrens, van der Rohe, Gropius), andava teorizzando l’utilizzo in architettura di forme geometriche pure, scomponendo l’edifico in cubi, sfere e cilindri, assemblandoli con “efficienza”, utilità, funzionalità. L’approccio al giardino non era differente per Le Corbusier, come si evince da questo passaggio di Janet Waymark: “il termine ‘funzionale’ si applica non soltanto alle proprietà dei materiali utilizzati nella costruzione. Arrivato al medesimo tempo del movimento salutista, il funzionalismo si relaziona ad una nuova modalità di edificare le case. Questa non termina alla porta che da sul giardino, poiché casa e giardino sono percepiti da Le Corbusier come riflessi l’uno dell’altro: ‘ l’esterno è sempre un interno’ dichiarò”.[1]

Due sono i lati opposti che distinguiamo in questo approccio. Da una parte vediamo il riappropriarsi della copertura della casa, in qualità di tetto-giardino, utilizzabile dagli abitanti come luogo per rilassarsi o svolgere attività ricreative all’aria aperta, senza per forza dover uscire dall’edificio, in quanto l’abitazione viene propriamente definita una “macchina per abitare”, come ci viene ricordato “pertanto la parola funzionalismo entrò nel vocabolario dellìarchitettura: ‘la casa è una macchina per abitare’ ripeteva Le Corbusier nel saggio Vers une Architecture (1923, pubblicato in inglese con il titolo Towards a New Architecture, 1927)”.

Dall’altra invece vediamo un approccio fin troppo “sintetico” al giardino che contorna la dimora. Nel caso di Villa Savoye, nella periferia di Parigi, la casa è semplicemente posta nel mezzo di un prato verde ben curato, contornato da alberi, come una radura.

Villa Savoye

Il visitatore, oltrepassando la quinta boscosa, si trova faccia a faccia con l’architettura, senza intermediari di vegetazione: una massa geometrica bianca nel mezzo di un mare verde, un contrasto felice che però lascia stupefatti: un’architettura così ben progettata, emblema stesso della nuova corrente moderna, lasciata navigare in un semplice prato. Un elogio della genuinità delle forme pure o un trascuratezza necessaria? Le Corbusier non aveva in effetti delle regole che lo portassero a progettare lo spazio intorno alla casa, lasciando che l’architettura “calasse” direttamente dall’alto, lasciando indisturbato lo spazio naturale, definito come “Virgiliano”, ossia immacolato e completamente non plasmato dalla mano umana.

Al primo piano della Villa si apre un terrazzo dove oltre ad ampi spazi troviamo vasche ricolme di vegetazione, visibile dal salotto. Questo sottolinea Le Corbusier, sarebbe il rapporto interno-esterno, ossia la vista del tetto-giardino che si offre dall’interno della dimora. Altre finestre si aprono sulla quinta di alberi che circonda la proprietà e racchiude questo giardino non progettato che a sua volta contiene l’architettura.

Villa Savoye

L’intenzione di Le Corbusier a proposito della progettazione del giardino si riscontra chiaramente dalla sue parole, riportate ancora una volta da Janet Waymark: “l’attitudine di Le Corbusier verso l’ambiente naturale emerse chiaramente dalle sue frequenti citazioni a proposito della sua casa che sarebe sorta ‘al di sopra di un pascolo dove il bestiame avrebbe continuato a pascolare’, dove ‘gli abitanti in questa casa, ritratti attraverso l’amore per la vita e la campagna, avrebbero potuto vederla mantenuta intatta dai loro giardini pensili o dalle loro ampie finestre. Le loro esistenze domestiche sarebbero come poste in un sogno virgiliano’. L’intenzone di Le Corbusier era di coltivare amorevolmente la magnifica vista ed il meraviglioso prato, e lasciare intatta la foresta. ‘La casa sarà posizionata sul prato, come un oggetto, senza disturbare nulla’ affermava”.[2]

Ovviamente si pongono interrogativi su questo ambiguo concetto di natura, dove il controllo dell’uomo non dovrebbe esistere, ma l’equilibrio naturale indisturbato viene rotto comunque dall’inserimento di un’opera artificiale. Cosa rimarrebbe dunque di “Virgiliano” in questo rapporto? Questo rimane anche ai nostri giorni un paradosso a cui i critici di storia dell’architettura non hanno saputo dare risposta.

Un’ulteriore critica mossa riguarderebbe la scarsità di vegetazione inserita nei cosiddetti tetti-giardino, dove l’elemento minerale prevale sempre su quello vegetale.

A questa seconda critica è facile rispondere, poiché il giardino non per forza deve comporsi con un quantitativo prestabilito di materiale vegetale, ma può benissimo considerarsi giardino a seconda della funzione alle quali deve adattarsi. Basti pensare ai giardini “rocciosi” e “secchi” della tradizione giapponese, unicamente formati da pietre, sassi e ghiaia. Nel caso di Le Corbusier il tetto-giardino funge da mediatore fra l’interno e l’esterno, come già visto, nonché da intermediario fra la vita casalinga ed i passatempi all’aria aperta.

“Ad ogni modo, il posizionamento della Villa Savoye nei suoi dintorni dona visioni interiori di verde rigenerante, che fluisce attraverso lo spazio continuo delle finestre, giustificando la percezione delle vicinanze naturali. Dall’esterno il bianco edificio contro il verde prato, la metafora della macchina per abitare, asserisce la sua personalità da ogni angolazione. La base color verde della villa si ancora sufficientemente a terra; il semplice giardino, della stessa forma degli altri piani, crea un disturbo minimo. La vegetazione minimale del tetto giardino potrebbe riflettere una simbolica relazione con il verde esterno e i problemi pratici di gestione dati da sole e vento”.[3]

Nel caso dell’Unité d’Habitation di Marsiglia, ad esempio, il tetto diventa un luogo di aggregazione, dove le famiglie che vi abitano possono incontrarsi e discutere, associarsi in attività e comunicare per rinfrancare i rapporti di vicinato. Anche in questo caso l’elemento minerale prevale praticamente per la totalità su quello vegetale.

Ma la difficoltà di Le Corbusier di approcciarsi al progetto di giardino si evince anche da un altro progetto, quello del giardino pensile per la casa del Conte Charles de Beistegui sugli Champs Elysées, a Parigi, per intrattenere i suoi ospiti. Eccone una chiara descrizione: “Vi erano due livelli rialzati così che la terrazza sovrastasse la strada. Le siepi di contenimento formavano un’area chiusa dove sedersi.

Casa del Conte Charles de Beistegui

Questa era raggiungibile da due gradini da un piano più basso pavimentato e parzialmente erboso. Le siepi oscuravano la vista fino a che, toccando un interruttore elettrico, questi si spostavano. Beistegui arredò il suo appartamento in stile rococò, e continuò questo indirizzo sul tetto con arredi dello stesso periodo sul tappeto erboso. Il tutto creava una sensazione bizzarra, specialmente poiché l’Arco di Trionfo ppariva in parte, come il sole nascente, dal parapetto”.[4]

Il risultato della progettazione dimostra l’approccio problematico che Le Corbusier avrà sempre nel confronto con il progetto di giardini. Anche Russell Page visitò questo giardino pensile, e le sue affermazioni confermano queste difficoltà: “[il giardino] dove Le Corbusier era stato lieto di spargere terra e, come affermava, lasciare gli uccelli e il vento fare il resto. Perciò qui vi erano ciuffi di prato ed erbacce, denti di leone ed epilobi e persino giovani maggiociondoli”.[5]


[1]Janet Waymark, Modern garden design. Innovation since 1900

[2]Janet Waymark, Modern garden design. Innovation since 1900

[3]Janet Waymark, Modern garden design. Innovation since 1900

[4]Janet Waymark, Modern garden design. Innovation since 1900

[5]Janet Waymark, Modern garden design. Innovation since 1900

Articolo di Gael Glaudel