Quando, in un convegno o in una conferenza, parli a gran parte dei politici attuali di Paesaggio, la maggior parte di essi ritiene che non stai parlando di “politica”, ma di questioni estetiche o artistiche, che non attengono alla sfera di loro competenza.

Eppure, nel 1919, Leberecht Migge scrisse un documento (“Green Manifesto”) che, rileggendolo in questi giorni, stupisce per la sua attualità e costituisce uno dei testi più apertamente politici, mai scritti da un architetto paesaggista.

Leberecht Migge, vissuto in Germania e Austria tra il 1881 e il 1935, è stato uno dei Maestri della moderna architettura del paesaggio, realizzando numerosi progetti a Berlino, nel periodo della Repubblica di Weimar. Migge era convinto che l’auto-coltivazione e le gioie del giardinaggio rendessero le persone più sane, più felici e più indipendenti. La sua dimensione utopica (che oggi ci fa sorridere) si spingeva fino all’affermazione che “..se ogni uomo potesse essere autosufficiente, allora potremmo supporre che egli godrebbe della relativa libertà dal dominio del sistema capitalista”.


The Free Society, Disegni di
Leberecht Migge. Via: Alchetron.com

Tuttavia, Migge non era uno dei tanti nostalgici del cosiddetto “ritorno alla Natura”, (oggi diremmo “un sostenitore della decrescita felice”) a quell’epoca assai di moda nei circoli intellettuali europei, bensì un vero e convinto Paesaggista “riformista” che ricercava una sintesi efficace tra Giardino, Residenza e Spazio urbano collettivo, attraverso l’utilizzo delle più recenti innovazioni della tecnologia dell’epoca.

All’inizio del XX secolo, la miseria era evidente nei quartieri socialmente svantaggiati delle città. A quell’epoca, la cultura dominante richiedeva lo sviluppo delle grandi città per soddisfare la crescita impetuosa dell’inurbamento e dell’espansione dei grandi complessi residenziali. Era l’epoca dei Piani generali, dei grandi parchi, (i parchi del popolo) delle grandi trasformazioni urbane per migliorare le condizioni igieniche delle abitazioni e riqualificare i quartieri popolari densamente abitati. Nonostante che Migge avesse partecipato alla realizzazione di grandi progetti a Berlino ed in altre città, la sua principale preoccupazione era quella di superare le barriere sociali che condannavano gli abitanti dei quartieri popolari e operai a non poter usufruire dello spazio collettivo salubre e piacevole. Il grande paesaggista tedesco è stato il primo a introdurre la categoria del “verde” nello spazio pubblico e, soprattutto, a reclamare il diritto al “Paesaggio” anche per gli strati sociali più poveri della popolazione urbana. Sotto il suo motto “tutti hanno bisogno di giardini!”, il concetto di Giardino e di Orto privato, venne esteso alla scala urbana e territoriale.  Migge, sosteneva già allora una cultura del Giardino “multiuso” che avrebbe dovuto dare a tutti l’opportunità di rilassarsi, di fare giardinaggio e curarsi del proprio benessere a contatto con la Natura. Lavorando con i principali architetti della Repubblica di Weimar (Ernst May a Francoforte, Martin Wagner e Bruno Taut a Berlino), i progetti di Leberecht Migge per i grandi complessi residenziali (Siedlungen), si occupavano, in particolare, dello spazio che connette piccoli appartamenti o case a schiera con i giardini vicini, creando uno spazio verde collettivo. Uno dei Siedlungen che meglio espresse questo sistema fu la Siedelungen Onkel-Toms-Hutte a Berlino e la Ziebigk a Dessau, la prima progettata da Bruno Taut a Berlino nel 1926 e la seconda realizzata da Leopold Fischer nel 1929.


 1926 Onkel Toms Hutte di Leberecht Migge. Via: internalreserves.blogspot.com

 Dettaglio tipo degli spazi aperti , aree boscose semi-pubbliche all’interno dei blocchi principali. Via: internalreserves.blogspot.com
Immagini tratte da:
David H. Haney’s When Modern was Green: Life and Work of Landscape Architect Leberecht Migge (Routledge, Abingdon 2010).

Nelle città del XXI secolo, nonostante i vari Piani del verde locali e i vari piani paesaggistici provinciali e regionali, si è ridotta la qualità dello spazio pubblico e del verde urbano. Eppure, oggi possiamo utilizzare tecnologie di sofisticata innovazione (sconosciute all’epoca del grande architetto paesaggista tedesco); ad esempio, nel suo Green Manifesto, Migge si preoccupava di creare un “flusso integrato” delle acque piovane e delle acque reflue domestiche, per destinarle all’irrigazione e alla concimazione degli orti collettivi e dei giardini.



Onkel Toms Hütte. Foto: Wolfgang Bittner Via: stadtentwicklung.berlin.de

Così come, si preoccupava di recuperare il calore del riscaldamento degli edifici per indirizzarlo al co-riscaldamento delle serre. Migge, insieme a Taut, si preoccupava di “pianificare” l’accessibilità degli spazi collettivi ai residenti nei complessi edilizi, evitando l’interferenza della mobilità privata con tali spazi. Per realizzare questi e moltissimi altri obiettivi di pubblica utilità, interferiva con veemenza insieme ai cittadini residenti con i politici che governavano la Repubblica di Weimar. E, a quanto pare, ci riusciva a convincerli che parlare di Paesaggio, significava “agire politicamente”: “non ci vogliono solo norme, solo vincoli, solo procedure, sono necessari progetti dettagliati per raggiungere l’efficacia degli obiettivi di Piani”.

Appartamenti costruiti da
Bruno Taut, 1926-31 Foto:
L. de Lang

E’ proprio di questo che abbiamo bisogno nelle nostre città contemporanee, dove decoro e bellezza sono sempre più categorie sconosciute: un green manifesto di progetti dettagliati di nuovi giardini pubblici, di nuovi orti sociali, di nuovi parchi e infrastrutture paesaggistiche, capaci di “combinare l’utile con il bello”, come sosteneva Migge, e combinare forme tradizionali di giardino, come il giardino ornamentale, con l’orto sociale e l’uso pubblico degli spazi aperti.

Enrico Falqui



Berlin-Zehlendorf
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