La vera “essenza” di Santa Maria Novella

La storia non deve essere presentata come un’accumulazione di risultati conseguiti o come una mera esposizione di avvenimenti, ma come una poderosa realtà in azione.” [John Dewey]

Come diversi lavori di ricerca storica, spesso le ipotesi del ragionamento contrastano con il ritrovamento di documenti e conducono il paziente indagatore a riformularne di nuove, fino ad una ragionevole constatazione: “tutto quello che si credeva, così non è”. Naturalmente di per sé questo è un risultato, forse non quello auspicato, forse deludente (se ci si vuol far deludere, poiché dar luce a quello che per molto tempo rimase celato difficilmente può deludere), ma pur sempre un risultato che conduce ad una nuova consapevolezza, verificata e sostenuta dall’avvallo di testimonianze confrontabili.

Il problema principale che si è dovuto affrontare nel ricercare l’origine e la successiva evoluzione dell’Orto della Basilica di Santa Maria Novella consisteva nella scarsità di documentazione storica (scritta, ma in particolare iconografica), che riportasse un logico cammino dall’origine di quest’Orto sino al periodo di Firenze Capitale. Quale può essere dunque il modo migliore per approcciare un tema così vago e privo di materiale? La scelta ricadde su ciò che più di tutto si avvicinava alla funzione di un Orto conventuale, ciò che poteva essere il vero sostentamento di Santa Maria Novella, dai suoi primi anni: la Farmacia del Convento, quella che ancor’oggi è conosciuta come Officina Profumo Farmaceutica di Santa Maria Novella. D’altronde, se quest’Orto doveva esistere, sicuramente serviva i bisogni della Farmacia (in alcuni testi, ad esempio la Cronica Borghigiani, viene sovente chiamata Infirmeria, a sottolinearne il passato uso sia come luogo di produzione di medicamenti, sia come vero e proprio centro di cure per i monaci e i viaggiatori che sostavano nel vecchio Convento), con la sua produzione di erbe, fiori, frutti e ortaggi. E quale luogo migliore per situare l’Orto se non il Chiostro Grande, l’unico chiostro della Basilica (sin dall’edificazione del blocco di edifici della Farmacia) che poteva ospitare tale coltivazione. Quello che sembrava un ottimo punto di partenza, si è rivelato in realtà un errore, un magnifico errore che ha rivelato un cammino ben più lungo e tortuoso, attraverso il quale si è però raggiunta una consapevolezza e un ritratto piuttosto fedele di un Orto che sembra sfuggire ad ogni tentativo di approccio.

L’Orto delle Basilica di Santa Maria Novella – Dalla fondazione della Farmacia sino al 1250

Nec vero terrae ferre omnes omnia possunt” [Virgilio – Georgiche]

Le prime notizie che si conoscono a proposito dell’edificazione della Farmacia della Basilica di Santa Maria Novella risalgono all’anno 1221, quando i frati domenicani iniziarono a trasformare le erbe coltivate in balsami, unguenti ed elisir atti a guarire i mali ed alleviare le sofferenze del corpo e della mente. Molte sono le ricette che videro la luce in quegli anni, dopo approfonditi studi sui testi di farmacopea tradotti dal greco e dal latino e conservati poi nella biblioteca del Convento (così come nel Ricettario de’ Segreti e nel Segreti, entrambi di mano anonima).

Dalla sua fondazione, la Farmacia (in seguito divenuta Officina Profumo Farmaceutica di Santa Maria Novella), operò in vasti campi della ricerca farmacologica, divenendo una delle più antiche farmacie d’Europa. Solo nel 1612 la farmacia venne aperta al pubblico e incominciarono i commerci più importanti (fino a quel momento i rapporti di vendita erano soltanto con altre farmacie o con i banchi degli speziali che rivendevano i prodotti di Santa Maria Novella). La vendita di tali prodotti giungeva in molti paesi europei, conferendo così un prestigio senza precedenti a quest’attività. La domanda sorge spontanea: dove venivano coltivate le erbe e le svariate piante necessarie alla preparazione degli elisir e delle essenze? Sicuramente un Orto doveva esser stato impiantato nel Convento, ponendo quindi in essere la coltivazione da parte dei frati. Inoltre nella maggior parte dei Conventi, Monasteri ed Abbazie, un Orto è sempre stato presente, anche solo come sostentamento per la dieta dei monaci, sia come ottemperanza alla regola dell’ora et labora, dove all’esercizio spirituale viene affiancato l’esercizio nei campi, il lavoro della terra che riconduce ad una purezza dello spirito.

Tre sono i luoghi che sono stati presi in esame come possibili siti di impianto dell’Orto: Il Chiostro dei Morti, Il Chiostro Verde e il Chiostro Grande. I primi due vennero subito scartati, in quanto le dimensioni e la funzione non ne consentivano la conversione ad Orto (entrambi troppo piccoli ed ombreggiati dagli edifici che ne delineano lo spazio, il primo luogo di sepoltura per i frati).

Il Chiostro Grande possedeva le caratteristiche ideali per l’impianto di un Orto, caratteristiche comuni al modello di hortus conclusus che si riscontrano negli numerosi esempi che la storia del giardino ci ha lasciato; di forma quadrata, ben soleggiato e con ampi spazi per la deambulazione, vi si ritrova la classica quadripartizione dello spazio con due camminamenti incrociati a simboleggiare i quattro fiumi del Paradiso Terrestre, simbologia ricorrente e quasi sempre accompagnata dalla costruzione di una fonte, di un pozzo o di un bacino nel centro dell’orto, dove si incrociano i suddetti sentieri, stranamente non presente in questo Chiostro.

Carta del Buonsignori (1584) – rielaborazione

Ciò che più turbava la linearità della ricerca era però la mancanza di documentazione iconografica, e la quasi totale assenza di menzioni dell’Orto nelle cronache dell’epoca o in quelle successive (come il Necrologio, in cui vengono riassunti quasi tutti gli avvenimenti dalla fondazione del Convento). Inoltre le tre soppressioni degli Ordini Religiosi, avvenute rispettivamente nel 1780-1790 (Soppressione Leopoldina), 1800-1810 (Soppressione Napoleonica) e 1860-1866 (Soppressione dell’Unità d’Italia o Leggi Eversive) provocarono una frammentazione dei già rari documenti che potevano trovarsi negli archivi del Convento.

Fortunatamente un cronista della metà del ‘700, Lorenzo Borghigiani, ripropone una trascrizione delle cronache dal 1219 sino al 1444 (con aggiunte poi che coprono il 1500). In questo testo si ritrova la prima annotazione riguardante lo stato più antico dell’Orto conosciuto.

Cronica annalistica di Santa Maria Novella

La dicitura riportata nell’indice cronaca è “Stato antico dell’Orto del Convento”, affiancata dalla data 1250. Nel testo viene segnalato l’Orto, chiamato allora Vigna di detta Chiesa, e da alcuni Santa Maria fra le Vigne, il quale – sempre nella descrizione – sembra si estendesse in tutto il piazzale oggi occupato dalla Stazione Ferroviaria di Santa Maria Novella, fino a via Valfonda (che oggi costeggia il giardino del Palazzo dei Congressi), e poi rigirasse dal piazzale per via della Scala, intorno al monastero per poi ricongiungersi in piazza Santa Maria Novella con la porta della Rasura, l’antico ingresso al Chiostro Grande, ora di proprietà ed uso esclusivo della Caserma dei Carabinieri (così come il Chiostro Grande e gli edifici dove si situava l’Infermeria, adiacenti al Chiostro e che danno su via della Scala e sul piazzale della Stazione, esclusa una parte che oggi è rimasta di proprietà dell’Officina Farmaceutica, utilizzata per la vendita e la promozione dei prodotti).


Cronica annalistica di Santa Maria Novella

Alcuni di questi terreni, riporta ancora la cronaca, erano stati donati dal Priore della Chiesa di San. Paolo, in quanto adiacenti alla precedente estensione degli orti del convento di Santa Maria Novella (di cui però la cronaca non fa cenno).

Nulla è stato riscontrato sull’origine vera e propria dell’Orto presente nel Chiostro Grande (che si conferma come l’unico sito in cui era presente un Orto fra i chiostri della Chiesa), anche se è ragionevole credere che alla fondazione della Farmacia nel 1221, anche l’Orto attiguo fosse già in essere, come primaria forma di coltivazione e di piccola rendita per i frati domenicani.

L’evoluzione degli Orti di Santa Maria Novella – Dal 1250 sino al 1530

La Cronica Borghigiani continua poi il suo excursus presentando in differenti anni l’evoluzione del giardino, basata principalmente su compravendita di terreni attigui, fino all’anno 1530, ultima notizia fornitaci da questo documento.

Planimetria di SMN, da Umberto Baldini (1981)

Nel 1299 l’indice segnala un suo accrescimento, negli anni 1385-1386 una vendita di parte dell’Orto dell’Infermeria, nel 1453 parte dell’Orto venduto alla Compagnia del Pellegrino, nel 1454 un’altra porzione di Orto dell’Infermeria viene venduta, così nel 1465 ma alla Compagnia di San Domenico, ne 1474 viene venduta una porzione su via della Scala e nel 1486 un altro pezzo di terreno viene venduto ancora alla Compagnia del Pellegrino. In seguito viene riportata nell’anno 1530 l’ultima annotazione riguardante la costruzione di un Pozzo (di cui non v’è notizia però nel testo della cronaca), e del Trogolo del Bindolo, con una conseguente copiosa rendita dopo la costruzione di quest’ultimo.

L’ultima trasformazione dell’orto (1530 1866)

In seguito la Cronica Borghigiani non prosegue la cronologia, e nessun altro documento cita più l’orto per diversi secoli. Abbiamo però una testimonianza iconografica che ce ne mostra l’assetto nel 1584, nella Nova pulcherrimae civitatis Florentiae topographia accuratissime delineata, anche conosciuta come Carta del Buonsignori. In questa è possibile notare che l’estensione degli orti di Santa Maria Novella non si è modificata sostanzialmente fino al 1584, rimanendo essi nella zona dell’attuale Piazzale della Stazione, fin quasi alla Fortezza (quelli che venivano situati in via Valfonda dal Borghigiani), e risultano assenti da via della Scala, dove al loro posto sono state edificati le case che ancor’oggi si trovano in quella via. Questo è l’ultimo significativo assetto conosciuto dell’Orto.

Pianta geometrica della città di Firenze (F. Fantozzi – 1845)

Diversi secoli dopo, nel 1848, verrà costruita la Stazione di Santa Maria Novella, ed i lavori per la sua edificazione (compreso l’odierno piazzale), causeranno la completa distruzione degli Orti che si situavano in via Valfonda e nell’area circostante. Del 1810 è una piccola nota d’inventario a proposito di ciò che si trovava nell’Orto (ora ridotto alla sola estensione originale del Chiostro Grande): vi si citano N° 36 piante d’agrumi di diverse grandezze; e due anni dopo, si evince in un rapporto di furto di alcuni arazzi nel Convento, ancora la presenza di un ortolano rimasto però anonimo. Poco probabile che si coltivasse ancora in quel piccolo Orto, ancor meno che bastasse ai bisogni sempre maggiori dell’Officina Farmaceutica, divenuta una delle più importati e longeve attività nel campo della farmaceutica in Europa.

Piano Regolatore della città di Firenze (1910-14)

Il colpo di grazia venne dato però nel 1866, con la promulgazione delle Leggi Eversive e l’ultima soppressione degli Ordini Religiosi. Il Chiostro Grande e gli edifici dell’antica Farmacia vengono dati in concessione all’Accademia Sottufficiali dei Carabinieri, che ne manterrà l’utilizzo fino all’Aprile del 2017, periodo in cui venne inserito nel percorso di visita del Complesso.

La Farmacia e L’Orto, due facce della stessa medaglia

Nel mondo c’è un ordine naturale di farmacie, poiché tutti i prati e i pascoli, tutte le montagne e colline sono farmacie […] nella natura tutto il mondo è una farmacia che non possiede neppure un tetto” [Paracelso – Volumen Paramirum]

Nessuno studio è stato intrapreso nel corso degli anni per conoscere l’esatto disegno dell’Orto di Santa Maria Novella dalla sua origine fino alla sua scomparsa nel 1866, ma sicuramente l’aspetto più interessante che si evince dalle notizie ritrovate è lo stretto legame con l’attività della Farmacia, un legame indissolubile che ha mantenuto vivi questi due aspetti per molti secoli, e ha mantenuto la scarsa memoria dell’Orto incastrata fra ricette erboristiche e distillati curativi. Se la base letteraria si perde nei manoscritti medievali recuperati e riscritti da fonti ben più antiche, l’inventiva e lo studio portarono i monaci a creare nuovi testi nei quali inserire la loro sapienza in materia di piante e degli effetti che queste procuravano.

Da una parte grazie ad un inventario molto accurato degli anni 1743/1744 dei prodotti presenti nella Farmacia possiamo farci un’idea di cosa veniva coltivato all’interno degli appezzamenti dell’Orto (il quale ricordiamo, un tempo era quasi sicuramente un vigneto, o almeno gran parte di esso, come indicato dal toponimo Santa Maria fra le Vigne), dall’altra possiamo osservare la varietà di utilizzi che permettevano queste erbe, accuratamente illustrate in diversi ricettari del XVIII secolo. Il legame è indissolubile: ciò che viene coltivato, viene poi utilizzato nella preparazione di unguenti e farmaci, liquori e elisir pronti all’uso, i cui segreti ancor’oggi vengono celati nelle ricette di preparazione. I preparati che uscivano dai laboratori della Farmacia avevano gli usi più disparati, dal curare un semplice malanno da raffreddamento, alla cura dell’emicrania, sino a dare sollievo da coliche o spasmi muscolari, reumi, e persino a depurare il sangue da taluni veleni.

Radice di genziana, alloro, rosmarino, salvia e borragine solo soltanto alcune delle erbe più semplici che vengono utilizzate, mentre le essenze più pregiate come rosa, lavanda, gelsomino diventano oli essenziali. Purtroppo non ci è dato discernere ciò che davvero poteva essere coltivato nell’Orto, in quanto l’elenco dei prodotti coltivati non distingue fra questi ultimi e quelli acquistati tramite altri speziali. Possiamo però immaginare che per le ricette più celebri (e sulla cui fama si è costruita l’odierna Farmacia), venissero utilizzate materie prime di facile reperimento, forse direttamente coltivate dai monaci.


Dei veleni (Anonimo – 1800 circa)

Laudato ingentia rura, Exiguum colito” [Virgilio – Georgiche]

Il dato più interessante che è emerso dalla ricerca, sicuramente riguarda l’importanza di un Orto in una delle maggiori attività commerciali della città di Firenze sin dal lontano XIII secolo, importanza però celata, confusa nelle carte e dispersa negli archivi a causa di numerose Soppressioni, e della strana volontà di concentrarsi sempre sugli aspetti più artistici di Santa Maria Novella (quante ricerche e lavori sono stati effettuati su affreschi, architettura della Chiesa, marmi, statue, etc.), piuttosto che su un semplice Orto (non così semplice a quanto pare), base fondante della Farmacia e di tutti i suoi traffici commerciali sino al periodo di Firenze Capitale.

Purtroppo, proprio in quest’ultimo periodo, avvenne come detto la confisca degli ultimi beni della Basilica di Santa Maria Novella, e la conseguente cessazione di esistenza di ciò che rimaneva di un Orto un tempo grandioso e molto esteso. Non molto sappiamo di quel periodo, e non molto probabilmente rimane da sapere, poiché l’esistenza dell’Orto fu oramai alla fine. Forse è questa una parte del progresso che vogliamo deprecare? O si tratta soltanto di un necessario cambiamento, che ha comportato un’evoluzione della città, dei suoi spazi verdi (a cui afferisce anche l’Orto conventuale), verso una nuova forma? Dare una risposta sarebbe forse azzardato, contentiamoci di aver delineato un frammento di storia fiorentina, una parte di città e di verde che altrimenti sarebbe stata dimenticata, anche se i suoi frutti ancor’oggi sopravvivono, metaforicamente, all’intero dell’Officina Farmaceutica.

Articolo e foto di Gaël Glaudel